Con la recente scomparsa di Gino Paoli, la sua compagna Dori Ghezzi si ritrova a fare i conti non solo con il dolore ma anche con quei ricordi dolciastri-amari riguardo al complicatissimo legame tra Gino e Fabrizio De André. Ecco la sua perla di saggezza: «Gino ha vissuto una vita piena, fino all’ultima nota. Fabrizio, invece, è partito molto prima, perché a conti fatti ha fatto una mezza vita.» Peccato però che negli ultimi anni quasi non si vedessero, complice l’aristocratica scelta di vivere perlopiù in Sardegna. Sarebbe bello sapere quando e come si arrivò a questo sodalizio artistico: sembra un mistero perfino per Dori, che dichiara chiaramente di non aver vissuto quei primi incontri. Quello che non manca è la sua incrollabile certezza su un punto: «Se non ci fosse stato Gino, insieme a Tenco e qualche altro, quel cantautore che chiamano Fabrizio De André non sarebbe mai sbocciato.» Insomma, un vero padre-padrone della Scuola Genovese, colui che ha aperto porte e spalancato orizzonti a Fabrizio, sostenendolo contro il fantomatico destino di avvocato in una famiglia che avrebbe preferito laureati piuttosto che trovatori di versi. Senza questo bouillabaisse di titani genovesi, l’Italia musicale sarebbe stata davvero diversa – e chissà se oggi canteremmo ancora “Il pescatore” o se Fabrizio avesse semplicemente archiviato tutto come un brillante legale del mare.
Il maestro Gino Paoli ci ha lasciato a 91 anni, portandosi via con sé l’essenza stessa della rivoluzione cantautorale italiana; quella che, con un disparatissimo “Cielo in una stanza”, ha stravolto l’idea di canzone intima e personale. Ma non è certo un nome che ha bisogno di presentazioni, visto quanto ha scombussolato le nostre radio e cuori con accordi che ancora oggi rimangono indelebili.
Per Fabrizio De André, il rapporto con Gino Paoli fu un appuntamento col destino. Ecco il racconto di uno che ha vissuto il terrore del palco come un rito di passaggio: «All’inizio degli Anni ’60, andai da Gino per fargli ascoltare cosa combinavo con la chitarra. Sapevo che lui era fan di Brassens, come me. Poco dopo mi propose di cantare in uno spettacolo al Circolo della Stampa; io risposi che non me la sentivo, e lui, da buon motivatore un po’ sadico, mi disse: “Basta provarci, anche io ho il panico da pubblico”. Il giorno stabilito venne a prendermi, io ero terrorizzato e cercavo di tirarmi indietro, ma mi prese per un braccio e mi mise in macchina. Non ci parlammo per tutto il tragitto. Arrivammo, dissi che non avrei cantato mai e invece lui prese la chitarra, mi afferrò per il colletto e mi trascinò sul palco. E cantai.»
Insomma, se ci fosse un premio al “motivatore coatto dell’anno”, Gino sarebbe in pole position senza rivali. A voi raccomandazioni per eventuali serate karaoke: la pressione degli amici non è nulla nei confronti di un tiro dietro le quinte da questo gigante genovese della musica.
La leggenda genovese e la sua generosità inesistente
È decisamente curioso – quasi da trolley che si apre e si chiude magicamente – come Genova venga descritta dagli esterni come un porto chiuso, una città gelosa dei suoi segreti e ostile agli scambi. Ma puntuale arriva la smentita di Dori Ghezzi, che evidentemente ha ereditato l’orgoglio da santone genovese di De André, e ronza con la sua convinzione che questa città “avara” sia in realtà una generosa benefattrice inconsapevole.
«Se ci pensate bene, ci ha regalato l’America.» Un’affermazione da premio Nobel per lo spostamento del concetto geografico e storico, se non fosse che con un sorriso da sfinge prosegue invocando agenti ancora più esotici: «Colombo da dove veniva? E poi c’è stato il buon Amerigo Vespucci, anche lui un fiore all’occhiello. L’Italia ha scoperto l’America e non si è tenuta nemmeno un briciolo, è stato un furto internazionale di proporzioni titaniche, e alla fine la più danneggiata è stata proprio il nostro Paese, con Genova in testa.» Fa quasi tenerezza l’innocenza con cui questa città-mascotte diventa al contempo vittima e benefattrice del mondo.
Quanto al primo incontro tra Dori e Gino, la narrazione prende un tono più personale, quasi da romanzo d’appendice musicale: «Ci siamo incontrati negli anni ‘60, nel mio ruolo di interprete, nella stessa casa discografica milanese. Lui era generoso e affettuoso, e ci sono rimasta affezionata. Quando poi sono venuta a Genova con Fabrizio, le nostre vite si sono incrociate spesso. Ho conosciuto tutte le famiglie di Gino: dalla prima moglie, alle compagne successive, fino a Ornella e infine Paola, che per anni ha tenuto insieme la famiglia con disciplina e cordialità.»
Naturalmente, la serenità è stata scossa da tragedie vere, come la morte del figlio Giovanni, colpo duro che ogni genitore si porta dentro senza possibilità di rimedio. Dori colpisce nel segno con la sua riflessione amara e umana: «Non ti rassegni mai a perdere un figlio. A una certa età ti senti quasi in colpa, è un dolore che paralizza. Per questo Gino ha rifiutato un funerale pubblico e ora preferisce il silenzio.»
Ma nella vita, come nella musica, tra rivoluzioni e dischi d’oro, tra amicizie leggendare e dolori privati, la storia di Gino Paoli resta un inno a un’Italia che forse ha sempre un po’ esitato troppo, per poi trovare la forza quando meno te l’aspetti. Con tutto il sarcasmo del mondo, non possiamo che inchinarci davanti a quella sua chitarra che ha urlato i sentimenti di una generazione intera, a prescindere da quanto volevano i benpensanti di turno.
Parlo al presente, perché pensare al passato sarebbe troppo doloroso per noi. Per noi Gino Paoli rimarrà sempre qui, ancorato a queste note che sembrano senza tempo. E no, non ho ancora trovato la forza di chiamare Paola. Immagino il turbinio di emozioni che sta attraversando, pur essendo lei una donna che si dice forte. Ma chi può davvero misurare la forza davanti a una perdita così grande?
La Storia Dietro i Numeri e le Note
Parlare di Gino Paoli e Fabrizio De André significa addentrarsi nel pantheon dei veri artisti, quelli che nascono una volta ogni tanto, nel migliore dei casi. La cosiddetta Scuola Genovese? Una reliquia irripetibile, un miracolo che forse non rivedremo più. Nel vasto panorama del cantautorato mondiale, l’Italia ha sempre sbandierato con orgoglio due cifre: qualità e quantità. La prima, a dire il vero, è talmente alta da risultare quasi intimidatoria. All’inizio, era tutta un’innocua melina d’amore; i temi sociali o politici languivano nelle retrovie della scena. Poi, ecco che Fabrizio ha osato infrangere quell’incantesimo, portando discontinuità, spostando l’attenzione sulle problematiche vere della gente comune. E Gino? Lui era puro, il cantautore nella forma più autentica: la sua voce, le sue canzoni, la sua anima. Un unicum.
Ma mentre i tempi passano e le note restano, qualcosa di molto meno poetico si è arenato: il progetto museale della Casa dei Cantautori di Genova, ideato proprio da Paoli e De André, giace in un limbo indecoroso. E qui si apre uno scenario tutto italiano: grandi visioni soffocate dall’immobilismo burocratico. Chissà, forse la sindaca Salis, nota per la sua proverbiale “azione”, deciderà un giorno di dare un calcio alle castagne e risvegliare questa creatura che avrebbe dovuto celebrare la nostra cultura. Di certo, è un peccato immenso che nemmeno Gino abbia potuto assistere alla nascita concreta di questo sogno. Si era speso anima e corpo. E adesso? Nessun passo avanti, solo un doloroso e silenzioso aspettare un segnale che sembra non arrivare mai.



