Sì, caro lettore, mentre i prezzi di petrolio e gas schizzano alle stelle, con i mercati energetici tremanti come foglie al vento e infiniti allarmi inflazionistici, il mondo si ricorda d’un tratto che l’energia “pulita” forse non è solo una moda da hipster ambientalisti. L’Asia, fragile gioiellino dipendente quasi completamente da energia importata, è nella prima linea di questa crisi da spinaci arrugginiti, ma anche Europa e Africa non stanno certo a guardare mentre cercano di tamponare aumenti da far impallidire e rischi considerevoli per la sicurezza alimentare.
C’è da dire che prima di questa meravigliosa tragedia, la transizione energetica in realtà stava andando alla grande. Peccato che ora, sotto l’ombra di questa folle impennata dei prezzi, i Paesi comuni mortali sembrano decisi a scommettere ancor più forte sulle energie rinnovabili. Per fortuna? Forse, ma a questo punto più che un atto green sembra quasi una disperata fuga dal petrolio con tutti i suoi teatrini geopolitici.
Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, si è lasciato andare a qualche perla di saggezza al National Press Club nella capitalissima Australia
“Mi aspetto che una delle risposte a questa crisi sarà un’accelerazione delle rinnovabili. Non solo perché aiutano a ridurre le emissioni ma anche perché sono una fonte energetica domestica, fatta da noi per noi.”
Una visione quasi poetica se non fosse che dieci anni fa il solare era solo una favola romantica per i cuori sensibili dell’ambiente, mentre ora è diventato “business, baby!” come ricorda Birol, citando il sole come motore principale di un trend inarrestabile. L’85% delle nuove capacità globali di produzione elettrica è infatti “pulita”. Altro che rivoluzione!
Il momento ucraino dell’Asia: quando la crisi diventa opportunità energetica
Gli analisti dicono che la vera rivoluzione questa volta non è stata solo la crisi, ma il fatto che l’energia rinnovabile stia diventando più competitiva – chissà, forse grazie al fatto che i prezzi del petrolio hanno raggiunto lo spazio siderale. Ovviamente, nel 2023 il fossile continua a regnare incontrastato, con circa l’80% della domanda globale che grida ancora “carbone, petrolio, gas!”.
Sam Butler-Sloss, manager di ricerca al think tank globale energetico Ember, ha offerto una visione illuminante a CNBC via email:
“La crisi iraniana accelera il passaggio alle rinnovabili e all’elettrificazione. Prezzi fossili alle stelle inducono il cambio, rendendo l’elettronica ancora più competitiva. Nel vecchio mondo fossile, sicurezza energetica significava diversificare le fonti. Ora, con l’elettronica, i Paesi hanno gli strumenti per eliminare completamente i combustibili importati.”
Lanciata da componenti elettronici solari, eolici, batterie e trasporti elettrificati, l’energia “electrotech” è stata l’unico vero motore della crescita energetica globale del 2024, in gran parte grazie all’inesorabile ascesa della Cina come “elettro-potenze”.
La diffusione delle auto elettriche, soprattutto in Asia, ha già spiccato il volo. E poi, sorpresa! Questa crisi è una spinta extra per farle volare ancora più in alto. Butler-Sloss ha stimato un possibile risparmio annuo per gli importatori di oltre 600 miliardi di dollari di petrolio, definendo questa rivoluzione “un leveraggio di sicurezza super potentissimo”.
“È il momento ucraino per l’Asia. Proprio come l’Ucraina ha costretto l’Europa a tagliare la dipendenza dal gas, ora Hormuz spingerà l’Asia a ridurre quella dal petrolio – solo che con tecnologie più economiche.”
Investimenti nelle reti: l’Europa si sveglia dal torpore
Anche dall’altra parte del mondo arrivano segnali di panico (o forse di sobria consapevolezza). Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetica per l’Europa presso l’Istituto per l’Economia Energetica e l’Analisi Finanziaria (IEEFA), definisce lo shock energetico della guerra in Iran un vero e proprio campanello d’allarme per l’Unione Europea.
Un esempio? La generosità inaspettata della Spagna nel dimostrare cosa succede quando ci si rende conto che dipendere dalla cosa più fragile e volatile del pianeta non è esattamente il massimo dell’intelligenza strategica.



