Non c’è niente di più rassicurante del solito mix di polemiche, applausi e qualche sussulto di indignazione. Erika Hilton, la prima deputata transeletta al Congresso Nacional brasiliano, ha appena fatto il grandioso salto: nominata presidente della Commissione per la difesa dei diritti delle donne. Ovviamente non senza qualche emorragia di commenti da salotto e qualche tweet virulento da parte dei soliti radicali del “ma come si permette?”.
Ma la signora Hilton, che con i suoi 32 anni potrebbe essere scambiata per una giovane politicamente ingenua, ha dimostrato di avere la lucidità di un politico navigato, mettendo subito le cose in chiaro nel suo discorso inaugurale. Niente concessioni, niente scappatoie, solo la fermezza di chi non ha intenzione di tornare indietro.
Ha dichiarato, senza girarci troppo intorno: “Siamo arrivate qui e non ce ne andremo. Chi vuole parlare di biologia vada al dipartimento di biologia: noi vogliamo occuparci di tutte le donne. Donne povere, nere, trans, cis, madri, che allattano: tutte le donne”.
Insomma, se qualcuno pensava che questa preziosa Commissione si sarebbe limitata a difendere i diritti di una fetta ristretta di “donne convenzionali”, si sbagliava di grosso. La rivoluzione, o almeno un tentativo energico di farla, parte da qui: includere ogni definizione, azzerare le differenze e mettere mano ad un universo femminile che non si piega più alle vecchie categorie. Che piaccia o no.
La nuova frontiera politica: una Commissione senza confini
Il brillante ingresso di Erika Hilton rappresenta un esempio lampante di come i meccanismi parlamentari brasiliani siano pronti, o almeno si dichiarino tali, a sfornare rappresentanze più contemporanee e, diciamo, in linea con quella che chiamiamo “società moderna”. Ma non illudiamoci: non mancano certo le critiche, soprattutto da chi continua a rispondere con l’argomento biologico quando si parla di identità e diritti.
E come si fa a stare zitti davanti a un’affermazione così categorica? Il richiamo al dipartimento di biologia sembra quasi un invito ironico a lasciare i pregiudizi fuori da commissioni che lavorano per la tutela di un’intera fetta di popolazione.
Se pensiamo che affermare semplicisticamente che “donna è chi nasce biologicamente donna” sia una posizione risolutiva, allora meglio fare un salto veloce nei corridoi di qualunque istituto scientifico per una aggiornamento sulle molteplici sfumature del genere e dell’identità. Ma, evidentemente, alcune persone preferiscono affidarsi al biologico come mantra, proprio per evitare di affrontare questioni un po’ più complesse.
D’altronde, anche in un continente ampio e sfaccettato come il Brasile, dove questioni razziali, sociali e di genere si intrecciano più che altrove, la creazione di una commissione volto a tutelare tutte le donne è un passo coraggioso, o temerario, a seconda del punto di osservazione.
I diritti delle donne nella società brasiliana: tra retorica e realtà
Ovviamente, la nomina di Erika Hilton segue allegramente lo schema classico dei protagonismi politici, conditi da un po’ di teatro e tanto confusione. Basta però guardare un po’ più in là della superficie per notare quante volte i diritti delle donne, specie quelle più vulnerabili, vengono messi sul piatto soltanto a parole.
Non sorprende che la storia di una transessuale che arriva a capo di una commissione così strategica susciti risentimenti e dubbi. La società tradizionale, o più precisamente quella che ancora si aggrappa ai preconcetti, è ancora ferma alla domanda: “Perché deve essere proprio lei?”.
Peccato che la risposta sia sotto gli occhi di tutti – ma forse troppo scomoda per essere presa in considerazione: serve qualcuno che rompa gli schemi, che metta in discussione le priorità e che porti avanti una visione inclusiva, magari anche un po’ spiazzante, ma non meno necessaria.
Quindi sarà curioso vedere come si evolverà l’attivismo legislativo di questa commissione, capitanata da una rappresentante che ha scelto di farsi portavoce del “tutti sono donne finché non si dimostra il contrario” (o qualcosa del genere). Nel frattempo, le polemiche sono servite.



