Nel magico mondo delle soluzioni energetiche, il Regno Unito si è svegliato finalmente dal torpore e ha deciso di fare la cosa più innovativa possibile: obbligare tutti i nuovi sviluppi abitativi in Inghilterra a dotarsi di pompe di calore e pannelli solari. Sì, avete capito bene, dal 2028 ogni nuova casa dovrà essere una specie di centrale elettrica autosufficiente, perché a quanto pare la guerra in Iran e il caos che ne è seguito nel mercato del petrolio sono stati la sveglia che mancava. Come se la storia dell’umanità non ci avesse già insegnato l’urgenza di abbandonare i combustibili fossili, ora arrivano pure gli sconti motivazionali.
Il neonato “Future Homes Standard” promette case con impianti di generazione rinnovabile sul posto, principalmente pannelli solari, e riscaldamenti a basso impatto come le pompe di calore o reti di calore. Ma, attenzione, non finisce qui: si potranno addirittura comprare pannelli solari “plug-and-play” da mettere su balconi (perché ovviamente avere un impianto ben progettato è troppo mainstream). Introdotto in pompa magna dal perfetto paladino dell’energia pulita, il Segretario all’Energia Ed Miliband, il provvedimento è stato salutato come una risposta risolutiva per liberare il paese dalla “morsa” dei mercati dei combustibili fossili che nessuno controlla veramente.
Ed Miliband ha dichiarato:
“La guerra in Iran ha dimostrato ancora una volta che la nostra spinta verso l’energia pulita è essenziale per la sicurezza energetica, per liberarci dalla dipendenza da mercati fossili incontrollabili. Che sia tramite pannelli solari standard nelle nuove case o la possibilità per i cittadini di comprarli nei negozi, siamo determinati a diffondere l’energia pulita per garantire la sovranità energetica del nostro paese.”
Un trionfo di buon senso, insomma. Il mondo energetico, fulgido esempio di pragmatismo, ha accolto la novità con un applauso quasi sincero, mentre qualche irriducibile attivista chiede addirittura di andare oltre, abbattendo definitivamente la dipendenza dal petrolio e simili. Ma perché fermarsi a un passo nella rivoluzione energetica? Dopotutto, l’interesse per le tecnologie solari è balzato del 50% da quando è iniziato l’incubo mediorientale, senza contare l’esplosione di pompe di calore e auto elettriche. Ma sì, andiamo a toccare quel comodissimo cuscinetto di fossili su cui tanti si sono abituati a sedersi.
Greg Jackson, capo di una compagnia energetica piuttosto quotata, ci ricorda ironicamente che ogni pannello solare, ogni pompa di calore o batteria non solo riduce le bollette ma aumenta l’indipendenza energetica della Gran Bretagna. Come a dire: il lusso di scegliere da quale crisi fossile esser schiavi è finito, ora bisogna solo scaldarsi con il sole e l’aria.
Naturalmente, nessun discorso sulla riduzione delle emissioni sarebbe completo senza la solita citazione di scienziati che ci urlano addosso da decenni: la crisi climatica è figlia diretta di carbone, petrolio e gas. Ma attenzione: la guerra più recente (finanziata da Stati Uniti e Israele) contro Iran, scattata il 28 febbraio, sembra proprio certificare questa verità. Il traffico nelle acque dello Stretto di Hormuz, arteria vitale da cui passa un quinto del petrolio e gas globale, si è praticamente bloccato, aggravando la crisi globale dei carburanti e ricordandoci quanto sia fragile questa dipendenza.
Nel frattempo, i soliti politici d’opposizione, quelli che cavalcano il conservatorismo energetico come un vecchio cavallo di battaglia, chiedono l’apertura di nuovi giacimenti di petrolio e gas nel Mare del Nord. Perché no? Se blocchiamo lo sviluppo di rinnovabili, almeno spalanchiamo le porte a un altro tuffo nel passato da cui poi potremo lamentarci più avanti.
Il risvolto europeo è altrettanto divertente: la Slovenia è stata la prima a imporre il razionamento del carburante per fronteggiare lo tsunami dei prezzi, mentre la Grecia spara tetti ai profitti di carburanti e prodotti da supermercato per tre mesi. Un vero e proprio balletto di emergenze nazionali che prova a tamponare la realtà ma rischia solo di farci girare la testa.
Gli analisti sono impietosi: questa guerra accelera inevitabilmente la fuga dalle fossili, spingendo governi e società a guardare finalmente alle rinnovabili come a un’ancora di salvezza per la resilienza nazionale, la riduzione dell’inquinamento e, ovviamente, la gestione delle crisi geopolitiche. Un passo che, seppur forse tardivo e pieno di riserve, ci ricorda che forse la prossima volta basterà non aspettare una guerra per rendersi conto che il futuro è altro.



