Difesa UE: finalmente sbloccate le solite vecchie barriere del mercato unico e via libera ai progetti che tutti fingono di volere

Difesa UE: finalmente sbloccate le solite vecchie barriere del mercato unico e via libera ai progetti che tutti fingono di volere

Una prima risoluzione, non vincolante ovviamente, è stata presentata come la panacea per il mercato unico della difesa europeo. Con un’emozionante conta di 393 voti a favore, 169 contrari e 67 astensioni, i solerti eurodeputati hanno messo in fila una lista di buone intenzioni per creare un mercato della difesa più forte e integrato. D’altronde, perché accontentarsi di una base industriale già scarsa quando si può puntare a rafforzare deterrenza, tecnologia e sventolare la sovranità strategica come fosse un trofeo? Il tutto condito da richieste di aumenti di finanziamenti UE, appalti comuni (perché che cos’è un mercato unico senza una bella dose di burocrazia in più?), e semplificazioni normativo-logistiche che dovrebbero invece rendere la vita impossibile a chi tenta di lavorare nel settore.

Naturalmente, la ciliegina sulla torta è la proposta di un approccio “Buy European” negli appalti di difesa. Perché, si sa, è più importante proteggere la produzione interna con i soldi pubblici anziché impegnarsi a garantire efficienza e innovazione – una ricetta sicura per ridurre la competizione e alzare i costi a livelli stratosferici. Ah, e non dimentichiamo l’inclusione dell’Ucraina nel mercato unico della difesa UE, perché niente dice “coesione europea” come tirare dentro un paese in guerra per estendere la lista delle complicazioni.

I deputati si sono inoltre premurati di sottolineare quanto sarebbe divertente rivedere le norme sugli appalti di difesa. Magari con licenze armonizzate e riconoscimento reciproco delle autorizzazioni di sicurezza, così da rendere tutto ancora più complicato da gestire per chi vuole semplicemente vendere un prodotto senza la burocrazia degna di un romanzo epico. Nel frattempo, vorrebbero impedire con zelo qualsiasi sussidio nazionale che possa incrinare l’amato mercato unico – soprattutto per non danneggiare le piccole e medie imprese e, ovviamente, i paesi meno potenti dell’UE. Un gesto umano, in un universo altrimenti dominato da giganti protetti e favoriti.

Il grandioso relatore Tobias Cremer (S&D, Germania) ha dispensato perle di saggezza dichiarando:

«In un nuovo ordine mondiale dominato dalle grandi potenze, un mercato unico europeo della difesa non è un ideale ambizioso, ma una necessità urgente. Solo sfruttando appieno il potenziale del mercato unico possiamo creare un sistema di difesa in cui ogni euro investito generi il massimo in termini di innovazione, sicurezza ed efficienza dei costi. L’autonomia dell’Europa inizia con un mercato unico della difesa.»

Raccomandazioni per i progetti faro europei di difesa

Non contenti di ciò, una seconda risoluzione – sempre per finta vincolante – si è buttata a pesce sulle cosiddette “gravi e persistenti lacune” delle capacità di difesa UE. Tradotto: il continente europeo è sorprendentemente sprovvisto di difese adeguate per aria, terra e mare, oltre a dimostrarsi tremendamente impreparato nel cyberspazio e in quel magico regno chiamato intelligenza artificiale. L’uso di parole pompose come “droni”, “guerra elettronica” e “sistemi anti-drone” serve solo a mascherare l’ovvio: abbiamo bisogno di soldi, progetti e un po’ di collaborazione, tanto per cambiare.

I beninformati deputati propongono dunque di intensificare la cooperazione europea, perché niente dice “solidarietà” come la pianificazione coordinata tra stati che da sempre faticano a decidere nemmeno cosa ordinare per pranzo. E ovviamente, tra un’alleanza NATO e l’altra, si deve accelerare con i tanto sospirati “progetti faro” – come l’iniziativa antidrone o lo scudo spaziale difensivo – che dovrebbero colmare le lacune e rendere la gestione degli armamenti meno caotica. Peccato che tra governance nebulosa, tempistiche vaghe e stanziamenti finanziari solo abbozzati, il tutto sembri più un castello di carta che un progetto solido.

La relatrice Lucia Annunziata (S&D, Italia) ha brillantemente commentato:

«I conflitti di oggi hanno un volto completamente nuovo e minacce del tutto inedite. Le nuove tecnologie stanno trasformando le strategie, orientandole verso la miniaturizzazione e la decentralizzazione dei sistemi, come dimostrano droni, armi basate sull’IA, mine intelligenti e sistemi missilistici portatili. Anche il ruolo della componente umana sta cambiando. Quello che l’Europa può fare rapidamente, e in modo condiviso da tutti gli stati membri, è rafforzare lo sviluppo delle tecnologie per creare un’architettura comune — un sistema integrato di comando, controllo, comunicazione, intelligence, sorveglianza e ricognizione — capace di consentire alle forze europee di agire insieme in modo efficiente e coerente, realizzando operazioni congiunte tra tutti gli Stati e con la NATO.»

Insomma, tanta fuffa per dire che l’Europa deve spendere di più e mettersi d’accordo, o almeno provarci, pur sapendo che dietro ogni bella intenzione si nascondono decenni di diffidenze, politiche nazionali e giochi di potere. Se questo è l’inizio della tanto sbandierata Unione europea della difesa, allora prepariamoci a spettacolari maratone parlamentari, polemiche accese e altri incentivi a sprecare risorse a danno di chi vorrebbe solo un mercato della difesa più efficiente e meno paradossale.

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