RaiPlay lancia Legs Weaver, perché tra Blade Runner e Alien ci mancava proprio un’eroina in più

RaiPlay lancia Legs Weaver, perché tra Blade Runner e Alien ci mancava proprio un’eroina in più

«Questo lo sanno solo quelli che leggono il fumetto». Una frase degna di un segreto custodito gelosamente da una setta di fanatici delle nuvolette, pronunciata dalla collega e amica May Frayn a Legs Weaver nella miniserie animata in quattro episodi appena sbarcata su RaiPlay. Questa simpatica co-produzione tra la Sergio Bonelli Editore e Rai Kids ci regala un tuffo in un futuro così “cyberpunk” da poter tranquillamente competere con i capolavori di Blade Runner. Ah, perché Legs Weaver, alias Rebecca Lawrence Weaver, è un’agente speciale dell’Agenzia Alfa che ha debuttato nel lontano giugno 1991 sul primo numero di Nathan Never, la primissima serie di fantascienza della Bonelli, che generalmente preferiamo ricordare per i suoi eroi più tradizionalisti come Tex, Zagor e Dylan Dog.

Naturalmente il cognome e l’aspetto grafico di Legs (firmati dal genio di Claudio Castellini, alla matita del primo albo e delle copertine per i primi sei anni) la proclamano senza ombra di dubbio la cugina crudele – o forse più simpatica – di Ellen Ripley, l’eroina della saga Alien impersonata dalla mai abbastanza lodata Sigourney Weaver. Un’atleta d’azione temprata, tenace e senza un sorriso ricorrente come il musone Nathan Never. Quando finalmente, nel 1995, le viene dedicata una serie spin-off, gli autori pescano a piene mani anche da un’icona Marvel un po’ più buffa e consapevole di sé, la She-Hulk di John Byrne, tipicamente femminile ma con il dono della “quarta parete”, ovvero quella capacità di lamentarsi con il suo autore su cosa deve fare nei fumetti. Un po’ quel “so di non sapere” che usiamo noi quando vogliamo cavarcela senza studiare troppo.

Quella stessa ironia e consapevolezza meta-narrativa si ritrovano, ovviamente, nella miniserie animata diretta da Federico Rossi Edrighi e Raffaele Compagnoni, scritta da Adriano Barone dello staff di Nathan Never. Il cocktail si basa sul primo numero del fumetto, Le dame nere, in cui Legs e May, una ex ladra che sembra uscita da un film noir, combattono contro un’organizzazione tutta al femminile chiamata appunto Dame Nere. È un po’ la donna in lotta contro la donna cattiva, e per aggiungere pepe, tra le mani della malvagità finisce la cosiddetta “arma fine del mondo” – una citazione gentile da Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick – che in realtà non è altro che un draghetto simpaticissimo, chiamato Harvey, che considera Legs come la sua mamma adottiva, anche se lei è più o meno d’accordo quanto un gatto in una piscina.

Ovviamente, la miniserie esalta fino all’esasperazione il circo delle citazioni, un vero e proprio festival di riferimenti che spaziano da Nathan Never stesso, che a sua volta ha saccheggiato il suo mentore Dylan Dog di Tiziano Sclavi, passando per rimandi più o meno espliciti agli stili eccessivi di Sailor Moon – sì, proprio quella serie animata nipponica che ha già fatto da musa per lo spin-off a fumetti “Legs e le paladine”. Lo stile grafico, tutto un po’ nipponico, si diverte a fare la guardia e cambio tra i canoni di Dragonball, l’umorismo di Sio, e le atmosfere surreali di I pronipoti, passando per il bonelliano realistico che fu capace di adattare persino Tex e Zagor a inizi anni Ottanta su Supergulp. Senza dimenticare gli omaggi kitsch alla serie tv di Batman degli anni Sessanta con tanto di onomatopee disegnate a caratteri cubitali.

A metà del terzo episodio, poi, arriva il momento supremo della citazione nerd: il celebre incipit di Neuromante di William Gibson, scritto come si conviene per ogni opera cyberpunk che si rispetti, «il cielo aveva il colore di una televisione sintonizzata su un canale morto». Un immaginario perfetto per chi consuma dvd, anime e fumetti mentre sospira nostalgico per un’epoca che forse non tornerà mai più. Per non farsi mancare nulla, si sbizzarrisce anche nel tirare in mezzo il nullificatore dei Fantastici Quattro, perché nulla è troppo per un collage nerd di questo calibro.

Fine dell’infatuazione? Macché. La miniserie esce vent’anni dopo la chiusura del mensile originale nel 2005, in un momento in cui Legs è tornata nel cast secondario di Nathan Never. Nel 2020, poi, si è persino vantata di una nuova miniserie dedicata a lei all’interno della collana ombrello Le storie. Curioso però che la Bonelli, con questa occasione d’oro, non abbia pensato bene di ristampare i suoi vecchi albi più iconici, come il numero cinquantina, I mille volti di Legs, un piccolo gioiello in cui diversi autori si divertono a interpretare il personaggio in mille modi sfaccettati e surreali.

Come se tutto questo fosse poco, la struttura meta-narrativa incessante della miniserie finisce per sembrare un espediente un po’ troppo sfacciato: un excusatio non petita che vuole farci credere che ogni scelta discutibile venga giustificata dalla consapevolezza dell’autore. In sostanza, un modo per fingersi furbi e far passare qualche scivolone di sceneggiatura sotto il tappeto con una bella occhiata ammiccante al pubblico. Un po’ come quando, all’interrogazione di filosofia, qualcuno cita a memoria quel vecchio “so di non sapere” di Socrate solo per compiacere l’insegnante e sperare in un miracolo (o perlomeno in un sette stiracchiato senza nemmeno aver aperto un libro).

Alla fine, quello che abbiamo davanti è una miniserie simpatica e ben fatta, destinata però più a chi allora aveva tra i dodici e i trent’anni, oggi trentenni-quarantenni o oltre, pronti a rivivere con nostalgia i miti adolescenziali tra citazioni e rimandi incrociati. Come si diceva una volta, i fumetti erano “cosa da bambini” (oh certo, come no). Oggi invece, tra cinema, animazione, serie tv e fumetti, il vero bersaglio sembra essere quel gruppo demografico dei “bambini cresciuti” che ancora non ha deciso di mollare la presa su un passato dorato, tra dimenticanze e rimpianti ben confezionati.

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