Gli analisti energetici e i trader sembrano ormai rassegnati a un futuro da incubo per i nostri portafogli: non si stupirebbero se il prezzo del petrolio toccasse i 200 dollari al barile, grazie alla crisi mediorientale che si trascina come un blockbuster senza fine. È il risultato scontato di una guerra targata USA e Israele contro l’Iran, che continua a sabotare la produzione e il traffico di petrolio in quella regione così “tranquilla”, con lo Stretto di Hormuz, cruciale per il commercio marittimo globale, quasi fermo da settimane.
Per chi non fosse pratico di geografia energetica, lo Stretto di Hormuz è quel simpatico passaggio marittimo che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e da cui normalmente passa circa il 20% del petrolio e gas mondiale. L’Iran, senza troppi pudori, ha detto chiaramente di voler continuare a bloccare questo corridoio come “strumento di pressione contro il nemico”. Tradotto: mettetevi comodi, quelle cifre a 200 dollari al barile potrebbero essere una realtà molto peggiore di un incubo estivo. Questo è stato confermato dalla voce autorevole di Ebrahim Zolfaqari, portavoce del comando militare iraniano, che l’11 marzo ha avvertito:
“Preparatevi a un petrolio a 200 dollari al barile, perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale, che voi avete destabilizzato.”
Se vi sembra una minaccia tragica, beh, aspettate a ridere. Il CEO di un’azienda chiamata Onyx Capital Group, Greg Newman, suona un campanello d’allarme che sembra uscito da un thriller economico: i prezzi del petrolio già sfrecciano verso livelli impensabili. Secondo Newman, l’indicatore di riferimento “Brent” non è altro che uno dei tanti segnali d’allarme sul mercato reale del petrolio. Alla fine ha dichiarato in mondovisione:
“Il Brent è solo un proxy. Abbiamo centinaia di contratti che riflettono i prezzi fisici in tutto il mondo. Il benchmark del Medio Oriente ha appena raggiunto i 150 dollari al barile. Quindi siamo già lì. Si può aspettare che il Brent crude lo raggiunga a livello d’investimento? È proprio ciò che prevediamo. Siamo molto nella fascia di 150 dollari, e non penso sia affatto assurdo pensare a 200 dollari. Sarebbe piuttosto giusto, dato che abbiamo una crisi al giorno che equivale a interruzioni nelle forniture.”
Nel frattempo, i futures sul Brent con consegna a maggio hanno girellato stabili intorno a 103,16 dollari al barile, dopo un balzo iniziale. E il West Texas Intermediate, con consegna ad aprile, ha fatto un piccolo passo indietro, scendendo dell’1,7% a 96,95 dollari, pur avendo superato i 100 durante la sessione. Entrambi i contratti sono schizzati di oltre il 50% nell’ultimo mese, toccando i massimi dal 2022, grazie all’incredibile “efficienza” con cui lo Stretto di Hormuz è stato reso impraticabile.
Perfino il presidente Donald Trump, forse impegnato a contare più dollari che seguire l’economia globale, ha sentito il bisogno di chiamare a raccolta gli altri paesi per difendere lo Stretto, notando – come se fosse una novità – che questo passaggio marittimo sarebbe più utile a capitali esteri che agli stessi Stati Uniti.
Donald Trump ha dichiarato:
“Perché mai dovremmo noi mantenere il controllo dello Stretto di Hormuz se in realtà serve soprattutto a Cina e molti altri paesi? Perché non lo fanno loro?”
Nel frattempo, l’economista globale e capo stratega di mercato di Longview Economics, Chris Watling, ha ben più pessimistiche prospettive da proporci per l’anno in corso. Nella sua saggezza ha spiegato che, dati i guasti nella catena di approvvigionamento, un costo del petrolio paragonabile a 200 o addirittura 250 dollari al barile non sarebbe affatto una sorpresa. La colpa? Mancanza di offerta, naturalmente, che tradotto significa una rovinosa caduta per l’economia mondiale.
Chris Watling ha sentenziato:
“I prezzi delle materie prime diventano parabolici quando c’è scarsità. Così si crea un danno serio per l’economia globale e si è costretti a rivoluzionare il proprio portafoglio. O sei all’estremo di uno spettro, o all’altro. Bisogna muoversi molto rapidamente e cambiare le posizioni di rischio molto velocemente, il che, ovviamente, non è per tutti.”
Un futuro di crisi continue
Però, prima che vi facciate prendere dal panico completo, non tutti i cosiddetti esperti condividono la visione apocalittica di un petrolio che sfonda i tetti. Alcuni strateghi – forse più ottimisti o più realisti – ricordano che il mercato energetico era sorprendentemente ben rifornito prima che scoppiasse il conflitto il 28 febbraio.
Gli strateghi di UBS, ad esempio, hanno riveduto le previsioni al rialzo, aspettandosi che il Brent crude si attesti vicino ai 90 dollari entro metà anno (magari a prezzo di molti sofferti tagli), ben oltre i 65 dollari stimati poco prima, per poi scendere leggermente a 85 entro fine anno. Mentre gli analisti di Goldman Sachs indicano i 100 dollari di media per marzo, con un repentino passaggio a 85 dollari ad aprile, naturalmente sempre a patto che le potenziali interruzioni allo Stretto di Hormuz non diventino il nuovo normale.
Guardando in avanti, Felipe Elink Schuurman, CEO e co-fondatore di Sparta, consiglia agli operatori di distinguere nettamente tra orizzonte di breve e medio termine quando si tratta di prezzi del petrolio. In poche parole: se la crisi dura (e dura, eh), i prezzi resteranno alti a lungo, soprattutto per i prodotti raffinati come jet fuel, benzina, diesel e derivati petro-chimici che compongono più della metà della nostra economia quotidiana.
Felipe Elink Schuurman ha spiegato:
“Il mercato del petrolio reagirà rapidamente a seconda se la situazione si risolverà o meno nel breve termine. Sul medio termine, però, non aspettatevi un ritorno ai prezzi ‘normali’ molto presto. Ci vorranno mesi per rimettere ordine, e questa sarà una situazione di lungo periodo.”



