La riforma tocca ben 77 articoli, circa l’80% dell’intero testo costituzionale. Detto così sembra una rivoluzione, ma la vetta dell’innovazione riguarda il delicatissimo status della lingua russa, nonché l’architettura istituzionale del Paese. Se la riforma dovesse passare, il russo sarebbe declassato da “paritario” a una lingua “parallela”. Tradotto per i non iniziati: gli impiegati pubblici potranno fornire informazioni in russo, ma solo se il cittadino lo richiede espressamente. Sicuramente un enorme aiuto per chi aveva paura di abbandonare definitivamente la dolce melodia bielorussa.
Il Kazakhstan sembra deciso a scrollarsi di dosso la lunga e appiccicosa eredità russa. L’etnia russa, un tempo dominante con un generoso 40% della popolazione nel 1991, ora si è ridotta a una modesta minoranza del 15%. L’allontanamento dal Cremlino si traduce in un avvicinamento strategico agli Stati Uniti, coro dell’internazionalismo capitalista contemporaneo, suggellato da un accordo commerciale da 17 miliardi stipulato a novembre. Naturalmente, a Mosca la situazione non lascia indifferenti. L’anchorman televisivo Vladimir Soloviev ha già sganciato bombe verbali invocando “operazioni militari speciali” verso quei repubblichette ex sovietiche asiatiche come il Kazakhstan – perché cosa sarebbe il nazionalismo russo senza un bel pizzico di intimidazione?
L’architettura istituzionale: un gioco da ragazzi
La riforma non avrebbe voluto essere meno spendacciona: addio alle due Camere attuali, Assemblea e Senato, tanto care a un sistema bipartisan ormai antiquato. Benvenuto Parlamento unicamerale, accompagnato da un Consiglio del popolo che pare più un club etnico regionale che una vera istituzione. Non proprio il modello di trasparenza e rappresentanza, ma d’altronde quando si tratta di riforme costituzionali la semplicità è la chiave del successo, no?
Insomma, questa consultazione referendaria è il regalo perfetto da farci per ricordarci che, anche nel terzo millennio, esistono posti al mondo dove la lingua, il potere e le alleanze sono tessere di un puzzle che fa ancora girare la testa a tutti – soprattutto a chi pensa che la democrazia sia solo una questione di urne aperte o chiuse. Tra seggi mobili, soprani e annunci militari speciali, benvenuti nel magico mondo della politica kazaka dentro e fuori l’Europa.



