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Come i Paesi stanno fingendo di gestire lo shock del petrolio iraniano senza perdere la calma - Spreconi

Come i Paesi stanno fingendo di gestire lo shock del petrolio iraniano senza perdere la calma

Come i Paesi stanno fingendo di gestire lo shock del petrolio iraniano senza perdere la calma
Iran decide di prolungarsi scombinando il già fragile equilibrio mondiale dell’energia, i paesi corrono ai ripari con soluzioni che sa proprio di “meno peggio”. Dimenticate la magia delle soluzioni rapide e brillanti: qui si va dal divieto di esportazione del carburante, all’abbassamento degli standard di raffinazione, fino all’arcinoto suggerimento di farsi le scale a piedi invece di prendere l’ascensore. Un vero e proprio festival delle priorità, ovviamente con la scusa dell’impatto energetico.

La guerra, che ormai dilaga da settimane – e nonostante Donald Trump abbia già proclamato la “vittoria” a reti unificate –, continua a mettere a dura prova i mercati energetici mondiali. Nulla di strano: quando un gigantesco crogiolo di interessi geopolitici entra in gioco, le conseguenze si fanno sentire, specie per chi deve fare i conti con benzina, gasolio e quelle piccole cose indispensabili chiamate “risorse energetiche”.

Il mantra sembra sempre lo stesso: “cerchiamo di non dipendere dagli altri”. Così, qualche paese ha deciso di pugnalare alle spalle i partner commerciali chiudendo le esportazioni di carburante. Sì, avete capito bene, bloccare l’export dei carburanti raffinati. D’altronde, chi ha bisogno dei legami internazionali quando puoi mettere una mannaia sulle spalle del mondo intero?

La Cina, con la sua consueta gentilezza, ha imposto ai propri raffinatori di bloccare le esportazioni di carburante raffinato, puntando tutto a una mitica “autonomia” di fornitura interna. La commissione responsabile di questa brillante trovata è la famigerata National Development and Reform Commission, che ha deciso di mettere in stand-by benzina, diesel e carburante per aviazione. Perché condividere quando si può avere tutto per sé? Lamentarsi dei danni collaterali è sempre possibile, ma ovviamente la Cina resta in silenzio, con un elegante “no comment” che vale più di mille spiegazioni.

Intanto, in Giappone, patria del sushi e dei treni superveloci, si sogna di congelare i prezzi alla pompa. La premier Sanae Takaichi ha infatti dichiarato che il governo sta considerando un tetto nazionale a 170 yen al litro, che potrebbe arrivare addirittura a 200 yen. Ma non è tutto: senza attendere il temuto coordinamento internazionale, il Giappone ha deciso unilateralmente di scaricare qualche barile dal proprio stock di greggio, sperando di calmare così gli spiriti (e i portafogli scappati di mano).

Lee Jae Myung, presidente della Corea del Sud, ha optato per una soluzione alla “pugno duro”. Prezzi massimi per il petrolio: la ricetta infallibile per evitare l’ira popolare che monta, mentre il prezzo del carburante vola come impazzito. “Abbiamo deciso di fissare un chiaro tetto di prezzo per calmare la volatilità interna”, ha proclamato solennemente Lee, come se fossimo a un maleficio contro il mercato globale.

Non da meno, l’India, piuttosto pragmatica nella difficoltà, ha ordinato ai propri impianti di privilegiare la fornitura di gas liquido ai 330 milioni di famiglie che lo usano come combustibile principale per cucinare, lasciando un po’ più agli sgoccioli oltre 3 milioni di imprese che invece il GPL lo usano per fini commerciali. Insomma, si tira la cinghia, ma a favore delle crocchette di patate fatte in casa.

Le smorfie dei consumi e i rimedi altrettanto “efficienti”

Alcuni paesi, invece di puntare a fare scorte, hanno preferito provare a ridurre drasticamente la domanda. Tornano le ordinanze “lavorare da casa” che parevano aver preso una dignitosa pausa dopo il covid. Vietnam e Thailandia hanno rispolverato lo smart working come estrema difesa per i loro nodi energetici. Altro tocco di classe: in Thailandia i funzionari pubblici hanno ricevuto l’ordine di salire a piedi per le scale, niente più ascensori, un gesto non proprio epicureo per chi si aspetta un minimo di comfort durante la giornata.

Ma non è finita: via il condizionatore (per favore), e soprattutto, largo alle camicie a maniche corte, che tra completi e cravatte si fatica a sopravvivere in estate. Insomma, prima fami, poi sudiamo, però con stile.

Le Filippine e il Pakistan hanno optato per settimane lavorative ridotte a quattro giorni in ambito pubblico, mentre il Bangladesh è arrivato a modificare il calendario ufficiale anticipando la festività dell’Eid-al-Fitr, offrendo così una scusa perfetta per chiudere università e uffici con largo anticipo e risparmiare carburante. Efficienza e rispetto per le tradizioni, che estetica.

Il vero guizzo risiede nel modo in cui combinano ansia da approvvigionamento a misure che sembrano più uno schiaffo alla logica: divieti, limitazioni, tetti, scarrozzamenti a piedi, e vacanze forzate. Un quadro stupefacente e quasi commovente di come organizzare il disastro energetico perfetto, tutto in salsa globale.

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