La politica ha deciso di sposare nientemeno che una battaglia per la gentilezza. Sì, avete capito bene: in un’era in cui le istituzioni sembrano più un ring di wrestling che un luogo di dibattito, qualcuno ha avuto l’ardire di proporre una legge per inserire la gentilezza – proprio quella, quella sciocchezza da buongiornisti – tra i parametri con cui l’Istat misura il “Benessere Equo e Sostenibile”.
La domanda sorge spontanea: come diavolo intendono misurare la gentilezza? Forse con un contagocce o con un algoritmo che riconosce i sorrisi nelle foto del profilo? Intanto, da ben venticinque anni, esiste un “Movimento Italiano per la Gentilezza”, la cui presidentessa, Natalia Re, è pronta a scommettere che se la gentilezza diventasse una questione pubblica, potremmo assistere a cambiamenti epocali in economia e società.
Immaginate: i comportamenti gentili istituzionalmente incoraggiati potrebbero prevenire violenze e bullismo, creare ambienti di lavoro meno tossici, ridurre molestie e discriminazioni – praticamente lo scenario perfetto. Qualcuno lo chiama “uovo di Colombo”, quell’idea così semplice da risultare quasi offensiva per l’intelligenza collettiva: se fossimo tutti più gentili, vivremmo meglio, lavoreremmo meglio, e ovviamente spenderemmo di meno in sanità e giustizia. Che pacchia!
Peccato che proporre una simile “utopia” oggi sia roba da impopolari cronici. È quasi come chiedere di mettere un fiore sul mitra: i comportamenti, sia individuali che collettivi, sembrano avere archiviato qualunque sfumatura di relazione che non si traduca in una lotta senza quartiere con chi ha opinioni diverse.
Basta guardare i nostri gloriosi opinionisti da talk show: sono sempre gli stessi, perché urlano più forte e quindi vincono il premio della serata. Mai nella storia della televisione si sono spenti così spesso i microfoni in studio per silenziare le urla, con la scusa di favorire il dibattito. Ma quale dibattito, siamo più vicini a un torneo medievale.
Il successo oggi è incarnato dal chi la spara più grossa e lo fa urlando, e lo dobbiamo anche agli algoritmi che governano il caos dei nostri social: premiano la conflittualità, la rabbia, lo scontro frontale. È come se la gentilezza fosse la nuova eretica, qualcosa da evitare a ogni costo nelle relazioni reali e virtuali.
Quindi, tanto vale chiamare le cose col loro nome: in questo scenario, provare a essere gentili pare più che un’utopia, un atto di dissidenza culturale. C’è anche il rischio concreto di vedere la gentilezza scambiata per asservimento alla più odiata e derisa ideologia contemporanea, la fantomatica “Woke”, quel marchio di infamia che oggi basta pronunciare per essere messi al rogo sociale.
Insomma, se la gentilezza fosse la cura per una società sempre più esasperata, provocatoria e urlante, allora siamo messi proprio male. Ma almeno possiamo consolarci pensando che, invece di coltivare un po’ di umanità, preferiamo trincerarcisi dietro una corsa sfrenata verso la prevaricazione verbale, il rancore e il più bieco cinismo. A quanto pare, non c’è gentilezza che tenga contro il nostro feroce bisogno di litigare.



