Gli Stati Uniti riaprono il capitolo lavoro forzato: altre 60 economie sotto la lente per presunti abusi commerciali

Gli Stati Uniti riaprono il capitolo lavoro forzato: altre 60 economie sotto la lente per presunti abusi commerciali

Benvenuti nel meraviglioso mondo delle indagini commerciali targate Stati Uniti, quell’esempio lampante di coerenza e fair play internazionale che ogni tanto si ricorda di abbracciare il pianeta con gesti dal sapore paternalistico. Ieri, infatti, Washington ha deciso di lanciare una nuova raffica di indagini su 60 paesi, indagini capaci di scovare chissà quali malefatte sul fronte delle importazioni di merci prodotte con lavoro forzato. Giusto il tempo di assimilare l’acuta mossa di ieri, che a sorpresa eccoci al bis, con una serie di indagini parallele inaugurate il giorno prima su pratiche commerciali definite “sleali” da chi, ovviamente, scrive le regole del gioco.

Tra le nuove sventurate indagate figurano nomi altisonanti come Cina, Unione Europea, India e Messico. A guidare la danza delle parole allarmate è il bistrattato ma sempre presente rappresentante commerciale Jamieson Greer, che ha sentenziato con tono da salvatore del mondo:

“Nonostante il consenso internazionale contro il lavoro forzato, sappiamo benissimo che i governi si fanno sempre gli affari loro e non applicano né impongono le misure necessarie per bloccare l’ingresso di merci prodotte in queste condizioni.”

Non contento, il nostro rappresentante ha proseguito, cercando di infilare la solita stoccata in salsa patriottica:

“Queste indagini ci aiuteranno a capire se i governi stranieri abbiano fatto abbastanza per fermare l’importazione di tali merci e soprattutto come questa loro complicità danneggi i lavoratori e le imprese americane.”

Peccato solo che la sezione 301 del Trade Act del 1974, quella che permette agli Stati Uniti di imporre tariffe in barba al Congresso, sia stata più volte il cavallo di battaglia di strategie meno nobili, come quelle di Donald Trump, che ne ha fatto un uso spregiudicato durante il suo mandato. Ma chi se ne importa della coerenza quando si tratta di fermare il “male globale”, vero?

Le indagini sul lavoro forzato arrivano come una simpatica appendice alle indagini avviate appena il giorno prima, quelle sull’eccesso di capacità industriale di più di una dozzina di paesi, con protagonisti d’eccezione come Cina, UE e Messico. Nulla di più tempestivo, proprio mentre la Corte Suprema USA ha recentemente cancellato alcune tariffe reciproche. Un modo gentile e intelligente di aggirare la sentenza, diciamo.

Ma la festa prosegue: tra gli accusati di possibile sfruttamento lavorativo ci sono anche Australia, Indonesia, Giappone, Malesia, Singapore, Corea del Sud, Svizzera, Thailandia e Regno Unito. Chi ha detto che bisogna risparmiare sulle liste dei sospetti?

Tutto ciò accade proprio mentre il Segretario al Tesoro Scott Bessent si prepara a incontrare il suo omologo cinese He Lifeng a Parigi, per continuare quel dialogo commerciale ed economico che definire “caldo” risulterebbe un eufemismo. Poco più avanti, si staglia anche l’ombra del faccia a faccia tanto atteso tra Donald Trump e Xi Jinping.

Lo storico negoziatore e ricercatore Stephen Olson ha offerto una lettura diplomatica che tradotta significa “mettiamoci comodi: questa mossa di certo non farà saltare il tavolo, ma l’umore rimarrà… freddino”.

Stephen Olson ha detto:

“La Cina non prenderà di certo questa notizia come un regalo e userà l’incontro parigino per far sentire il suo malumore. Detto ciò, entrambe le parti sembrano determinate a mantenere l’incontro Trump-Xi nel formato previsto, quindi non mi aspetterei rivoluzioni.”

Come ciliegina sulla torta dell’ipocrisia, Wang Huiyao, fondatore di un think tank che spesso fa eco alle opinioni ufficiali di Beijing, ha commentato il tempismo delle indagini esprimendo un sincero e quasi ingenuo scetticismo sull’assetto “unilaterale” di questa strategia commerciale:

“L’approccio da solista non porta da nessuna parte. La sezione 301 è stata già sperimentata e alla fine serve solo a complicare i rapporti. Quel che serve adesso è collaborare, e trovare un terreno comune, anche su questioni calde come il Medio Oriente.”

Per chi se lo fosse scordato – o avesse voglia di un ripassino di grande coerenza politica – la prima amministrazione Trump diede il via a sei indagini sotto la sezione 301, con tanto di tariffe salate a carico sia della Cina che della UE. Anche l’amministrazione Biden ha giocato il suo turno, continuando con inchieste ponendo Brasile e Cina ancora sotto l’occhio del ciclone.

Resta solo da chiedersi: se tutto questo teatro dovrebbe servire a far rispettare regole morali contro lo sfruttamento, come mai i protagonisti di questa messinscena sono proprio quei paesi accusatori che spesso dimenticano di guardare la trave nel proprio occhio? Ma questo è il genere di domanda che, in questo gioco, fa solo perdere tempo.

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