Mansouri morto per caso? Ecco l’ennesima tragedia che tutti fingono di non capire

Mansouri morto per caso? Ecco l’ennesima tragedia che tutti fingono di non capire

Che spettacolo! «Una tragica fatalità», così gli avvocati di Carmelo Cinturrino temerariamente definiscono l’esecuzione sommaria di Abderrahim Mansouri, il povero pusher a cui il «disorientato» agente ha sparato ai margini del bosco di Rogoredo la serata del 26 gennaio. Non passa giorno senza che il nostro eroe pensi con struggente dolore alla «giovane vittima», ma attenzione, voleva solo «intimidire», mica ammazzare. Eh, certo, che sbaglio fatale, un semplice fraintendimento di mira.

I paladini della difesa, Marco Bianucci e Davide Giuseppe Giugno, non si sono risparmiati un lungo comunicato, di quelli che piacciono tanto: lamentano di esser stati costretti a vedere «grottesche notizie di cronaca», che cercano inspiegabilmente di dipingere il loro protetto come un malvivente inserito in contesti criminali. Come osa dunque la stampa?

Sconcertante pure il veleno sparso a cazzo contro il povero Cinturrino da parte di «pusher e assuntori abituali di eroina e cocaina» – quei notori nemici delle forze dell’ordine che, guarda caso, lo accusano di tutto ciò che fa comodo in quella minestra maleodorante. Solidarietà a chi non ne ha bisogno, certo.

La messinscena del secolo

I due legali puntano il faro sulla pietra dello scandalo: la pistola giocattolo, piazzata con la grazia di un prestigiatore accanto al cadavere della vittima. Ora, secondo loro, questa è la prova tangibile che ha fatto crollare la credibilità di Cinturrino agli occhi del pubblico, della Polizia e degli inquirenti. Ma, attenzione, si tratta solo di un uomo «sotto shock», preso dalla paura e dal totale smarrimento. E che delitto orrendo sarebbe separare l’uomo dal fatto omicidiario? Ah, l’arte della giurisprudenza contorta.

Quanto al colpo esploso, gli avvocati ci tengono a precisare che la distanza dal povero Mansouri era di 31 metri, con visibilità pessima e, quindi, anche sparando cento volte non avrebbe colpito una sagoma umana. Una vera e propria magia, allora, che il povero ragazzo sia caduto mortalmente ferito? Sorvoliamo.

La mistificazione della verità

«Il video famoso, diffuso dalla stampa? Un capolavoro di mistificazione», sentenziano gli avvocati, promettendo di dimostrare nei tribunali la perfetta «liceità» dell’intervento poliziesco. Che generosità: in molti aspettano con ansia questa brillante prova della correttezza di un agente che ha sparato a un uomo a sangue freddo.

Ma, naturalmente, c’è anche il capitolo finale su quell’inchiesta aperta dai magistrati per un presunto falso verbale d’arresto. Qui si passa a setaccio tutti gli arresti del nostro impavido agente contro gli «spacciatori di morte». Un’operazione inefficace e fuori luogo, ci dicono, perché se l’opera investigativa fosse realmente in discussione bisognerebbe rivedere il segreto investigativo e il divieto di pubblicazione previsti dal codice di procedura penale. Una scusa elegante per coprire buchi neri nel racconto ufficiale?

In definitiva, la narrazione offerta dalla difesa è un esercizio di maldestro travestimento: l’agente «disorientato e sotto shock» diventa vittima delle circostanze, mentre la vittima reale, Abderrahim Mansouri, si trasforma in un semplice ingranaggio di un copione che non torna. Nel frattempo, la giustizia e l’opinione pubblica attendono risposte più solide, ma del resto, quando mai la verità ha avuto bisogno di coerenza o di fatti che non si sbriciolano al primo tocco?

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