Scorte di petrolio svuotate e prezzi del greggio che ridono beffardi sotto i nostri occhi

Scorte di petrolio svuotate e prezzi del greggio che ridono beffardi sotto i nostri occhi

Una coltre di fumo nerissima avvolge veicoli inceneriti nei pressi di un incendio ancora in corso dopo un raid aereo notturno sulla raffineria petrolifera di Shahran, nella periferia nord-occidentale di Teheran, l’8 marzo 2026. Immagini che non risparmiano dettaglio e che raccontano dell’ennesima escalation in una zona già avvelenata dalle tensioni.

Benvenuti all’ennesima puntata del “Daily Open” di CNBC, con la vostra guida oggi a Londra, Leonie Kidd. Nuova arruolata nella newsletter ma non nuova alle cronache infuocate del petrolio e alle sarabande di mercati che si intrecciano con giochi di potere globali degni di una soap opera internazionale con effetti speciali.

Come prevedibile, questa mattina nell’ormai rituale caos della redazione londinese, tutto ruota attorno al caro e mai abbastanza amato petrolio — soprattutto quando le mosse shock e stupore promosse dalle grandi agenzie energetiche mondiali non riescono a smuovere minimamente le onde dei mercati.

Per chi ama la lettura quotidiana sul grottesco teatro dell’economia globale, si può sempre puntare su questa edizione europea del “Daily Open”. Ma ora, entriamo nel vivo di ciò che più conta oggi.

Lo shock energetico? Spazzatura, il mercato ha deciso!

L’azione storica dell’Agenzia Internazionale dell’Energia e dell’amministrazione USA è stata davvero senza precedenti: rilasciare un record di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve strategiche, più i 172 milioni dichiarati direttamente dal governo americano. E allora cosa succede? I prezzi del Brent continuano a schizzare sopra i 100 dollari al barile come se nulla fosse. Facile, eh?

Come se quello non bastasse, lo scenario si complica ulteriormente: l’Iran continua a far defluire tonnellate di greggio verso la Cina attraverso lo Stretto di Hormuz. Peccato che questo corridoio marittimo sia il teatro di tensioni belliche tra USA, Israele e Iran. Ma nessuno si scompone troppo, perché tutto è normale e sotto controllo, vero?

I mercati azionari globali rispondono a questa sarabanda di eventi con la stessa leggerezza con cui un elefante danza in una cristalleria. I mercati Asia-Pacifico cedono, con il Nikkei 225 giapponese e l’S&P/ASX 200 australiano che fanno la parte delle vittime. L’Europa apre il sipario su ribassi annunciati e i futures statunitensi suggeriscono un’altra giornata tutta in discesa. La guerra in Iran? Ah, quella resta lì a fare scena, mentre Donald Trump decide che le guerre commerciali sono più importanti di tutto il resto.

Così, mentre la diplomazia si perde nelle nebbie dell’assurdo, l’amministrazione americana scatena indagini commerciali su più di una dozzina di paesi, giusto per rimpiazzare con nuove gabelle quei dazi che la Corte Suprema ha dichiarato illegali. I bersagli? L’Unione Europea, Cina, Messico e una sfilza di nazioni che vanno dalla Svizzera alla Norvegia, passando per Giappone, India e Corea del Sud. Insomma, tra mercati volatili, catene di approvvigionamento che si strozzano e guerre commerciali che si risvegliano come zombie, è uno spettacolo raro vedere tanta armonia in un disastro così ben orchestrato.

Un piano perfetto, no?

Leonie Kidd

Quel piccolo dettaglio chiamato guerra in Iran e i suoi effetti sull’AI nel Medio Oriente

Nel frattempo, chi avrebbe mai detto che la jihad petrolifera potesse impattare anche sull’avanzamento dei colossi tecnologici impegnati a costruire infrastrutture di intelligenza artificiale nel Medio Oriente?

Le aziende tech, attratte da energia a buon mercato e terreni disponibili — senza dimenticare il gentile patrocinio delle autorità locali — hanno investito miliardi per far crescere data center e infrastrutture digitali all’avanguardia. Sembra un sogno, vero?

Ma voilà, la guerra che infuria in Iran rischia di saltare oltre i confini e mettere a rischio queste operazioni sofisticate, specialmente in caso di conflitto prolungato. Gli esperti non si fanno scrupoli: alcuni data center sono già stati centrati direttamente, causando blackout nei servizi bancari, nei sistemi di pagamento e nelle piattaforme per le imprese e i consumatori. Un disastro tecnologico a ritmo di guerre petrolifere, insomma.

Come direbbe qualcuno: nel gioco delle grandi potenze, i più tecnologici rischiano di restare senza corrente, proprio come tutti noi.

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