In un’epopea che sembra uscita da un romanzo di Kafka, gli alfieri della burocrazia britannica hanno esteso il loro invito – sì, proprio un “invito” che sembra più una requisitoria – ai giganti dei social media, perché trasformino le loro piattaforme in fortezze impenetrabili contro i temibili mostri dell’infanzia e adolescenza online. Niente meno che Ofcom e la Information Commissioner’s Office si sono presi la briga di scrivere a YouTube, TikTok, Instagram e Snapchat sollecitandoli – nemmeno fosse un invito a cena – a risolvere questioni epocali come la verifica dell’età e la lotta al grooming.
Il tutto dopo che i saggi legislatori del Regno Unito, con una probabilità prossima a quella di un unicorno che galoppa, hanno rispedito al mittente l’idea di un divieto totale per gli under 16, proposto per un disegno di legge sulla tutela dei minori che si stava discutendo. Della serie: “No grazie, lasciamo che i nostri adolescenti si immergano nell’oceano digitale senza rete di sicurezza, ma con tanta fantasia e coraggio.”
Nel frattempo, il governo britannico – in piena crisi di identità – ha aperto una consultazione popolare per capire se davvero vietare i social agli under 16 sia una trovata geniale o solo uno di quegli esperimenti legislativi destinati a finire in fumo. E non è solo il Regno Unito a giocare a Risiko: anche in Europa si sta meditando su regolamenti più rigidi per limitare il tempo che gli adolescenti passano incollati allo smartphone, a seguito dell’epocale passo dell’Australia che, nel dicembre scorso, si è guadagnata il titolo di prima nazione a imporre un divieto totale per gli under 16.
Paesi come Spagna, Francia e Danimarca stanno pensando se seguire o meno la scia dell’illuminata terra dei canguri. Nel frattempo, Meta si diletta a polemizzare con l’Australia, sostenendo che vietare i social ai ragazzi sia poco più di una trovata pubblicitaria, perché – ovviamente – così i giovani scavalcheranno qualsiasi legge tramite scorciatoie oscure degne dei migliori thriller tecnologici.
Age verification, la chimera irraggiungibile
Ofcom, l’organo di controllo, ha chiesto ai giganti del web di riferire entro il 30 aprile quali portentose misure abbiano adottato per tenere i bambini lontani dai social, immaginando già nei loro sogni peggiori una tecnologia di verifica dell’età degna di una spy story. Dal rigore nell’applicazione dell’età minima, al blocco totale dei contatti indesiderati, fino al sacro Graal di contenuti “più sicuri” per i teen, e naturalmente il divieto assoluto di sperimentazioni, tipo intelligenza artificiale, sui consueti soggetti in età vulnerabile.
La CEO di Ofcom, Melanie Dawes, con la tenerezza di una steppa siberiana, ha puntualizzato che questi colossi “non mettono la sicurezza dei bambini al centro dei loro prodotti” e stanno deludendo persino le promesse più vaghe di protezione online. Secondo lei, senza controlli efficaci dell’età, i bambini sono stati esposti a rischi che non hanno mai scelto, rinchiusi in servizi dai quali non possono realisticamente scappare. Una specie di prigione dorata, insomma.
Per gli appassionati delle burocrazie digitali, l’Information Commissioner’s Office ha scritto una lettera aperta chiedendo l’uso di strumenti ultratecnologici: dal riconoscimento facciale alla verifica digitale dell’identità, fino a una foto one-time per dimostrare che non stai bluffando sull’età.
Il problema? La maggior parte delle piattaforme si affida ancora al glorioso metodo dell’”autodichiarazione”, cioè il più incantevole degli inganni online: facile da eludere, per nulla affidabile e, ovviamente, deleterio. Così gli under 13 finiscono in pasto a chiunque raccolga i loro dati in modo assolutamente illecito, senza alcuna forma di tutela – ma non preoccupatevi, tutto è completamente “normale”, a quanto pare.
Paul Arnold, boss dell’ICO, si è espresso con un garbo che fa venire i brividi: “Con una preoccupazione pubblica sempre crescente, lo status quo non funziona, e il settore deve fare di più. Dovreste agire ora per adottare tecnologie già disponibili che impediscano ai bambini sotto l’età minima di accedere ai vostri servizi.”
Nel frattempo, Meta ha già dato prova di ottemperanza al severo bando australiano: ha bloccato oltre mezzo milione di account sospettati di appartenere a under 16 su Instagram, , e Threads. Ma, da par suo, chiede alla nazione dei canguri di ripensarci, sostenendo che un divieto totale spingerà i ragazzi a inventarsi stratagemmi per eludere la legge e accedere ai social senza le ormai sacre protezioni previste. Tradotto: un autogol epocale.
Instagram, dal canto suo, fa la voce grossa e promette l’allarme alle mamme e ai papà quando i loro figli cercassero ripetutamente termini “tranquilli” come suicidio o autolesionismo in poco tempo. La trasparenza a prova di segugio cieco.
Cause legali e cyber-inquisizioni tecnologiche
A gennaio è cominciato un processo storico contro Meta e Alphabet: madre e figlia accusano Instagram e YouTube di progettare piattaforme con caratteristiche ad hoc per sviluppare dipendenza tra i giovani utenti. Gli amanuensi digitali CEO Mark Zuckerberg e Adam Mosseri sono già stati chiamati a testimoniare, con il verdetto previsto a metà marzo. Se quest’episodio farà giurisprudenza? Forse, forse no. Ma intanto si sperimenta un po’.
Il Commissario europeo ha aperto un’indagine su Elon Musk e il suo social X per la diffusione di materiale sessualmente esplicito riguardante minori tramite l’AI chatbot Grok. Non è una serie tv, è l’attualità digitale. Sempre più realtà tecnologiche, come Reddit, hanno subito colpi finanziari pesanti: 14 milioni di sterline di multa per aver gestito illegalmente dati personali di minorenni sono stati comminati. Nulla che faccia particolare scalpore, per carità, solo banali gestioni allegre e disinteressate del consenso informato.
Cosa dicono i giganti della tecnologia
Da Meta arriva la solita dichiarazione diplomatica: ormai usano l’”intelligenza artificiale per stimare l’età degli utenti in base alle loro attività”, oltre a tecnologie di riconoscimento facciale. In più, esiste un account teen separato con protezioni integrate, perché, si sa, le soluzioni facili sarebbero troppo semplici.
Il portavoce di Meta aggiunge il colpo di scena: “Con i ragazzi che utilizzano in media 40 app a settimana, il modo migliore per verificare l’età è farlo a livello degli store digitali.” Tradotto: delegare il problema non è una fuga, è strategia.
TikTok, dal canto suo, insiste sostenendo di aver diffuso in tutta Europa tecnologie di controllo più rigide per individuare e rimuovere gli account degli under 13. Come arma ha moderatori specialisti, riconoscimento facciale, controllo con carta di credito o documenti governativi. Sarà vero?
Non si hanno notizie ufficiali rispondenti da Snapchat e YouTube, che forse sono troppo impegnati a capire come non farsi travolgere dal prossimo tsunami regolatorio.



