Naveen Das, un analista senior di Kpler, ha lanciato la bomba: le due infrastrutture sono già sfruttate quasi fino al massimo. Per gli Emirati Arabi Uniti, l’oleodotto ADCOP gira a circa il 71% della sua capacità, con ancora qualche manciata di barili per emergenze, se così vogliamo chiamarle.
Ruwais, sempre ad Abu Dhabi, è stata chiusa dopo un incendio – ma che sorpresa! – all’interno del suo complesso. Un cortocircuito o forse un’ennesima coincidenza in questo gigantesco gioco a rimpiattino con il fuoco. Il risultato? La capacità di raffinazione, che si aggira intorno a 922.000 barili al giorno, si è congelata nel ghiaccio delle incertezze.
Pankaj Srivastava di Rystad Energy ci rassicura con un sorriso ironico. Sebbene l’ADCOP permetta agli Emirati di scavalcare lo Stretto di Hormuz inviando greggio a Fujairah, i prodotti raffinati di Ruwais devono ancora affidarsi alle rotte marittime che… beh, transitarono dal famigerato Hormuz. Tradotto: se l’intensità degli attacchi aumenta, il rischio è che anche questi progetti di fuga petrolifera finiscano per essere schiacciati dallo scenario caotico.
Il Mercato Globale in Precipizio
USA e Iran, il mercato sembra divorato da una fame nervosa: da quasi 120 dollari al barile a inizio settimana fino a oscillare intorno ai 90, e poi risalire a 100 senza una logica apparente.
Sasha Foss, analista di Marex, ha stimato che la produzione irachena sia crollata fino al 70%. E la festa è appena iniziata: se i grandi produttori come Arabia Saudita e Emirati decideranno di ridurre ulteriormente l’output, i prezzi del petrolio potrebbero schizzare alle stelle con il vigore di un razzo fuori controllo.
“Quando vedremo l’Arabia Saudita e gli EAU tagliare i rubinetti, sarà come un terremoto nei mercati petroliferi mondiali.”
Emirati Arabi Uniti cercano di tenere a galla una rete sempre più traballante. Forte, vero? O forse, solo un altro modo elegante per dire che andiamo avanti a stenti fino al prossimo incendio o attacco. Chi è pronto per il prossimo round?
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