Referendum Pera smaschera il bluff: senza separare le carriere il processo accusatorio resta un pasticcio garantito

Referendum Pera smaschera il bluff: senza separare le carriere il processo accusatorio resta un pasticcio garantito

Il senatore Marcello Pera, filosofo che ha fatto un pit-stop nella politica, sembra uno di quei personaggi itineranti della giostra partitica: prima socialisti, poi un salto in Forza Italia, infine l’approdo in pompa magna a Fratelli d’Italia. Un pedigree di tutto rispetto, non c’è che dire. Ricordato soprattutto per essere stato presidente del Senato nel 2001, nella mitica stagione di corteggiamenti bipartisan sulle riforme istituzionali – ovvero quando si tentava di cambiare qualcosa senza cambiare nulla – oggi si spertica in lodi per il Sì al referendum, tentando di mantenere un’aura da statista, tanto per gradire. Si può solo immaginare il suo fastidio quando qualche esponente come la ministra Giusi Bartolozzi si lascia andare a uscite del tipo “ce li togliamo di torno” parlando dei magistrati.

Ecco il suo punto di partenza: “Senza la separazione delle carriere, il processo accusatorio semplicemente non può funzionare”. Il buon senatore lo presenta come se fosse il cardine di tutta la faccenda. Sarà anche per questo che vorrebbe vedere la riforma costituzionale approvata a tutti i costi?

«Dopo il famigerato codice Vassalli del 1989 serviva un minimo di separazione tra giudici e pubblici ministeri, perché senza quella si rischiava di fare un processo che sembrava più un gioco delle parti che un giusto processo.»

«Dopo la riforma costituzionale del 1999, la separazione è diventata obbligatoria: senza, niente giudice terzo, o meglio neutrale. Oggi, invece, viviamo in uno strano sistema che rifiuta questa assioma elementare e che non sta proprio in piedi a livello costituzionale. Già Vassalli nel 1986 sperava che prima o poi si arrivasse a una separazione netta. Beh, ora ci siamo, finalmente. Che sollievo.»

Il bello è che qualcuno tenta di sostenere il contrario, dicendo che con la riforma Cartabia si fosse ottenuta una separazione quasi totale. Peccato che a qualcuno serva proprio un salto costituzionale, e che la legge ordinaria non basti affatto. Una riformetta così tiepida da sembrare più un “vorrei ma non posso”. Come se la ministra Cartabia fosse stata così fervente sostenitrice della causa, ma chissà…

La questione del sorteggio, o l’eccezione che conferma la regola

Non manca poi il colpo di scena: per dare un colpo letale alle tanto discusse correnti – che altro non sono se non partitini giudiziari in giacca e toga – l’arma definitiva sarebbe il sorteggio. Sì, proprio come nei reality show, dove a turno uno viene pescato a caso, una soluzione “drastica ma equa” perché involontariamente “cieca”. Provare a cambiare l’elezione non ha funzionato, quindi ecco servita la lotteria della toga.

Si arriva così a sdoppiare il Consiglio superiore della magistratura, affidando il sistema del sorteggio nelle mani del destino e togliendo la materia disciplinare dall’autogoverno. Tutti questi stravolgimenti, per cercare di ristabilire un misero equilibrio tra poteri in dissidio perpetuo: da una parte i giudici, dall’altra i pubblici ministeri, che più sembrano competitor da talent show che garanti dell’ordine costituzionale.

«Se la carriera dei giudici dipende dai voti dei pubblici ministeri – spiega il senatore – allora di equilibrio interno non c’è traccia. Allo stesso modo, mescolare giudici e pubblici ministeri in un unico sindacato e Consiglio è una festa per il conflitto di interesse e un insulto all’autonomia politica». Praticamente il страховка di un sistema che sfida la logica.

La politica come arbitro consapevole (o quasi)

Ricordiamo i tempi gloriosi della Bicamerale tra il 1997 e il 1998, dove il centrosinistra e il centrodestra tentarono un compromesso intellettualmente onesto: mantenere unitaria la carriera della magistratura ma con due sezioni distinte all’interno del Consiglio superiore, una per i giudici e una per i pubblici ministeri. Accettabile?

«All’epoca era insufficiente, un primo tentativo goffo di dire “vorrei ma non posso”. Oggi sarebbe ancora più inadeguato: il giudice terzo deve essere un’entità separata, con un proprio organo di autogoverno. Niente compromessi di facciata che alla fine si rivelano solo esercizi di ipocrisia istituzionale.»

E quando Silvio Berlusconi fece melina e bocciò tutto? Secondo il senatore non è stato un errore, anzi: il fallimento della Bicamerale fu in qualche modo necessario per far scattare quella che lui definisce “la riforma del Giusto processo” del 1999, nata da un raro accordo bipartisan di destra e sinistra, un miracolo che ovviamente non si è più ripetuto.

Indipendenza della magistratura o ingerenza mascherata?

Passiamo alla ciliegina sulla torta: l’insofferenza verso la magistratura, tirata fuori dai sostenitori del No come se fosse la pietra angolare dell’argomentazione contro la riforma. Il senatore ha un’opinione piuttosto “illuminante” su questo.

«Non c’è alcuna insofferenza verso l’indipendenza della magistratura, quanto piuttosto verso quella invadenza che talvolta supera ogni limite. Personalmente, trovo insopportabile che vengano emesse sentenze o avviate indagini nell’ombra di un fantomatico diritto umanitario non scritto. O che i magistrati scioperino o facciano dichiarazioni pubbliche contro Governo e Parlamento, o peggio ancora sfilino in piazza, per poi infilarsi la toga e fare finta di essere neutrali in aula.»

«Troppo spesso questi giustizialisti da salotto si dimenticano di rispettare l’autonomia della politica, e non esitano a lanciare accuse ridicole, come quella di fascismo nei miei confronti, solo perché propongo di separare quei ruoli che il fascismo aveva unificato.»

Quando definisce i metodi del Consiglio superiore della magistratura come “paramafiosi”, appare quasi un complimento rispetto alla sua personale visione sulle manovre interne, dove carriera e potere vengono giocati come numeri in una partita a incastri degna di un romanzo noir giudiziario.

Insomma, dietro un paravento di alta filosofia giuridica, si nasconde un coro di contraddizioni, equilibrismi e liturgie politiche italiane che fanno sembrare tutto molto più serio e risolutivo di quello che realmente è. Ma del resto, la politica è anche questo: un perfetto gioco di maschere e ambiguità, condito da una spruzzata di patriottismo di facciata.

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