Prepariamoci a uno scenario degno di un film di fantascienza: il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile. Pietra tombale sulle tasche degli europei, ma anche un’ottima notizia per gli amanti della geopolitica caotica. A lanciare questa «minaccia» da manuale è l’onnipresente Iran, che si diverte a spaventare Stati Uniti, Israele e i loro fedeli amici.
La strategia è semplice: blindare lo stretto di Hormuz. Non si permetterà a «nemmeno un litro di petrolio» di filtrare senza il visto di Teheran. Sì, avete capito bene, una sorta di dogana armata nel Golfo Persico. Ma non sono solo chiacchiere, eh?
Le forze armate iraniane hanno confezionato un bel regalo a tre navi cargo che, con estrema incoscienza, avevano provato a passare lo stretto senza invito. Una, con bandiera thailandese, diretta in India. Le altre due, invece, hanno un passato più interessante: una batte bandiera liberiana ma, sorpresa, è di proprietà di Israele. Insomma, un mix perfetto per accendere una scintilla.
Donald Trump, sempre pronto a sminuire le crisi internazionali, ha bollato la faccenda con un yang di sicumera: «Abbiamo eliminato quasi tutte le navi posamine iraniane in una notte». Roba da far invidia a un ninja giapponese.
Non poteva mancare la sua predizione da oracolo da bar: «La guerra finirà presto, perché non c’è più praticamente nulla da colpire». Tranquilli, quando lui deciderà che “finirà”, beh, finirà. Perché non vorrete mica far impazzire il tycoon? Prima bisogna però «completare il lavoro».
Nel frattempo, in Italia, arriva la notizia da thriller del giorno: «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil». Il ministro della Difesa Guido Crosetto, con la solita pacatezza da giornalista investigativo, manda un messaggino rassicurante all’opposizione (e ci mancherebbe): «Nessun morto nel personale italiano». Il leader di Avs, ospite di Realpolitik su Rete4, fa buon uso di questo bollettino di guerra, leggendo tutto in diretta TV. Crosetto, contattato in esclusiva, ha confermato di aver parlato personalmente col comandante della base, colonnello Stefano Pizzotti: «Stanno tutti bene», ha assicurato.
Ma l’Iran non perde occasione per mantenere il mistero sul destino del nuovo “divo” della politica teocratica: Mojtaba Khamenei. Dopo la sua nomina a Guida Suprema, il giovane rampollo della famiglia Khamenei ha fatto il solito numero da ghost: nessuna apparizione pubblica, niente selfie con la folla. Secondo la Cnn, sembra che Mojtaba abbia subito un infortunio durante il primo giorno della campagna di bombardamenti orchestrata da USA e Israele: una frattura a un piede e qualche graffio al volto, che con tutta probabilità gli doneranno un’aria ancora più misteriosa e tormentata.
Cosa è successo ieri
Nel frattempo, mentre il mondo si diverte a seguire questa soap opera internazionale, succedono alcune cosette degne di nota. Come? Beh, una nuova ondata di attacchi su vasta scala direttamente a Teheran. Il bello è che nessuno vuole essere da meno: la guerra dei tweet lascia il passo alla guerra dei missili.
Da un lato, due petroliere che trasportavano carburante iracheno finiscono in fiamme dopo un’imboscata da parte di imbarcazioni iraniane piene zeppe di esplosivo. Risultato? Un morto e 25 membri dell’equipaggio evacuati in un balletto tragicomico di soccorsi. L’incendio a bordo, invece, continua a fare il suo sporco lavoro, bruciando al largo delle coste dell’Iraq.
Naturalmente, non poteva mancare una scenetta di solidarietà post-attacco al quartiere generale italiano a Erbil. Antonio Tajani, nostro impareggiabile vicepremier e ministro degli Esteri, ha prontamente sentito l’ambasciatore locale per assicurarsi che i nostri prodi soldati stessero bene, rinchiusi nel bunker come ricci. Nulla di più confortante.
Un florilegio di condanna e solidarietà virtuale è stato sbrigativamente sfornato su X, il luogo perfetto dove condividere il proprio commosso patriottismo, mentre i militari svolgono il loro “quotidiano servizio alla Patria” con la consueta dedizione. Che grande spettacolo di efficienza e sensibilità istituzionale!
Nel frattempo, in un angolo più infuocato dell’arena mediorientale, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha deciso di fare i conti con gli americani in Kuwait, facendo sapere che “oltre 100 soldati Usa sono rimasti feriti” nell’attacco missilistico e con droni alla base di Al-Udairi. Una dichiarazione che si presenta come un bollettino di guerra, con tanto di dettagli su ospedali e feriti, invitandoci a prendere nota della precisione chirurgica degli assalitori.
No, non è l’ennesimo episodio di una fiction di guerra: la “Marina delle Guardie rivoluzionarie” – una definizione che suona così minacciosa da sembrare uscita da un romanzo di spionaggio – ha condotto “un’operazione potente e decisiva”, ci tengono a sottolineare con fierezza. La narrazione ha il suo ritmo e la sua enfasi, degna dei migliori sceneggiati televisivi.
E se qualcuno sperava in un po’ di quiete, l’Idf (esercito israeliano, per chi avesse perso l’ultimo telegiornale) ha regalato una nuova ondata di attacchi aerei sulla capitale Teheran. Sì, avete letto bene: non basta un po’ di fuoco amico, bisogna puntare in grande, dichiarano con orgoglio dal quartier generale. L’obiettivo? Siti del “regime iraniano”, perché fa sempre bene avere un nemico ben definito, soprattutto quando si lanciano missili senza chiedersi troppo.
Ovviamente, con questo clima di guerra e stati che giocano a rischio missili, non poteva mancare la cronaca degli “effetti collaterali” in casa israeliana. Un razzo ha colpito un’abitazione nell’Alta Galilea, causando cinque feriti – di cui ben quattro vittime dell’ansia, come se non bastasse la paura di vedersi piombare addosso una bomba.
Come per magia, i vigili del fuoco hanno prontamente interrotto l’elettricità per evitare che scoppiasse un incendio. Perlomeno c’è questa piccola consolazione, mentre si continua a giocare con la vita delle persone come se fosse un videogioco. E tutto questo mentre si annuncia, con grande pompa, l’attacco congiunto di Hezbollah e Iran contro Israele.
La solita danza delle accuse e dei missili
Inutile illudersi: la rete di alleanze, scontri e attacchi ha una sinfonia molto chiara. Da una parte, gli Stati Uniti e i loro alleati arabi (incluso il nostro fragile quartiere europeo), dall’altra, un blocco di forze che esibiscono orgogliosamente il proprio arsenale di micidiali capacità offensive. E nel mezzo? La solita popolazione civile, disciplinatamente sacrificata dall’intelligence e dalle strategie militari. Dunque, applausi per la grande politica estera e quella impeccabile gestione della sicurezza internazionale.
Se volessimo davvero riflettere, potremmo sottolineare come questi “attacchi su vasta scala” e “operazioni decisive” non siano altro che continue prove di forza che alimentano un circolo vizioso di violenza. Ma si sa, certe decisioni sono prese in stanze ben riscaldate, mentre il resto del mondo si limita a osservare lo spettacolo. E così si perpetua un gioco in cui, magari, chi urla più forte alla fine strappa qualche favore… o qualche copertura mediatica.
Il bunker come nuova frontiera dell’eroismo
Tornando al nostro bel Erbil, è commovente sapere che i soldati italiani si trovino al sicuro dentro i bunker, custodi silenziosi di un ordine mondiale che pare aver bisogno di più bunker e meno dialogo. La loro vita, quotidianamente messa a rischio, serve a ricordarci quanto sia delicato il lavoro di chi sta in trincea, anche se questi tecnicismi a volte sembrano più una metafora triste di quanto poco si faccia per evitare il conflitto.
D’altra parte, è rassicurante che, almeno su X, si possa esprimere “solidarietà e gratitudine.” Queste parole, efficaci come un abbraccio virtuale, fanno sentire tutti dalla stessa parte, come se davvero bastasse un tweet per contenere il dramma di quell’ennesima notte di paura, missili e sirene.
Un plauso a chi sa mantenere la calma, a chi guida la diplomazia armata, e a chi trasforma il disastro in uno spettacolo di messaggini social conditi da retorica patriottica. In fondo, la guerra è un contesto serio ma un’occasione perfetta per una foto di gruppo… scattata in bunker.



