Nel marzo 2003, il generale Mohammad Ali Jafari osservava, come il resto del mondo, le immagini devastanti delle esplosioni a Baghdad. Il giovane Bush aveva appena dato il via alla Seconda guerra del Golfo, sventrando centri di comando, ministeri e snodi di telecomunicazione con le sue bombe, come una sorta di brutale opera d’arte. A dire il vero, a Jafari e agli iraniani in generale questa distruzione faceva anche un po’ piacere: dopotutto, l’Iraq di Saddam Hussein era ancora il loro nemico numero uno, l’oppresse implacabile degli sciiti iracheni. Mentre Teheran si faceva i conti pianificando come trarne beneficio, Jafari iniziava a preoccuparsi.
In sole tre settimane, la macchina da guerra irachena, un esercito da un milione di uomini, era caduta a pezzi: decapitata, i comandanti di medio livello privi di ordini, senza una strategia, solo sparuti nuclei di resistenza sempre più deboli e disorganizzati. Insomma, un disastro politico-militare perfetto per chiunque ma non per chi, come Jafari, vedeva nell’Iran un futuro al caldo, o almeno così pensava.
Adesso si metteva al lavoro. Mentre i Pasdaran si fregavano le mani, pronti ad addestrare milizie sciite irachene secondo il collaudato modello libanese, Jafari aveva un’intuizione geniale: la prossima vittima del caos potrebbe essere proprio l’Iran. Insomma, un déjà vu di scenari catastrofici prevedibili. La Repubblica islamica, infatti, con una struttura militare simile a quella irachena, rischiava di essere spazzata via in caso di guerra con gli Stati Uniti. L’antidoto? Semplice: la decentralizzazione.
Così, nel settembre 2007, promosso comandante delle Guardie rivoluzionarie, Jafari si mette a far sul serio. Decide di creare 31 comandi provinciali, ciascuno autonomo come una piccola repubblica: servizi di intelligence indipendenti, quartier generale, arsenali di missili, droni, motoscafi veloci d’attacco e forze ausiliarie dei Basiji. Non contento, ogni comando provinciale dispone di rampe di lancio e soprattutto di piani di attacco e difesa sigillati, da aprire soltanto nel momento in cui i collegamenti con Teheran diventassero inesistenti o, ciliegina sulla torta, se la Guida suprema fosse stata assassinata. Perché, si sa, la paranoia è la stella polare delle strategie militari.
Questa architettura indipendente si rivela un capolavoro: quello che sta accadendo da ben tredici giorni non è affatto disorganizzato, come vorrebbero farci credere. Le forze delle province sul Golfo si scatenano sulle basi americane dall’altra parte del mare, mentre quelle nelle province più remote lanciano missili come fossero coriandoli verso Israele, Cipro, e la Turchia. Poi, immancabilmente, le province confinanti con l’Iraq non si lasciano sfuggire l’occasione di martellare le milizie ostili irachene e persino la base Usa a Erbil.
E che dire dei radar americani nella regione? Attaccati ripetutamente. A ripetizione. Come se fosse scritto nero su bianco in quei famigerati ordini sigillati che la priorità assoluta è proprio questa. L’organizzazione – quella vera – si era persa, dicevano… ma guarda caso, appena arriva la nuova Guida suprema, eccoli lì i primi segni di coordinamento centrale. Coincidenze? Forse. Ma fanno tanto “tutto torna”, no?
Il piano Jafari e la parabola della decentralizzazione iraniana
Insomma, mentre noi tutti ci incantavamo a guardare il caos multimediale post-2003, Jafari pensava a come costruire una macchina bellica che potesse sopravvivere all’assalto americano. Decentralizzare per non scomparire, strutturare per non collassare. I trenta e passa comandi provinciali sono in realtà piccoli Stati nella Repubblica islamica, un esercito di eserciti senza più la necessità di una testa unica che rischia sempre di venire tagliata.
Il genio di questa strategia sta anche nella paranoia militare, che prevede la possibilità che la Guida suprema venga neutralizzata. Non una sciocchezza in un sistema dove ogni decisione, ogni ordine parte solo da lì. Ecco, allora, i piani sigillati da aprire al momento giusto diventano quasi un messaggio subliminale per chi ha orecchie per intendere: si può resistere anche quando la testa cade, perché il corpo ha più cervelli sparsi per il territorio.
Dall’altra parte della barricata, gli Stati Uniti e i loro alleati stanno imparando a proprie spese che sgominare un esercito centrale è solo il primo atto di una saga ben più complessa e frammentata. Colpire un sistema così fluido e ramificato equivale a tagliare un ramo, senza rendersi conto che il tronco ha altri trenta rami pronti a reagire.



