Emanuele Orsini vuole rompere il Patto di Stabilità pur di mettere una pezza all’emergenza energia: pronti a tutto, anche a fare i conti fuori dalle regole

Emanuele Orsini vuole rompere il Patto di Stabilità pur di mettere una pezza all’emergenza energia: pronti a tutto, anche a fare i conti fuori dalle regole

Torino. «Il decreto bollette deve essere calato in fretta e furia», ci ammonisce Emanuele Orsini. E, visto che siamo tanto orgogliosamente nel bel mezzo di una crisi internazionale, da risolvere volendo con magie o corna che si schioccano, «non basta mica questa volta: serve anche far partire subito il provvedimento sull’iper-ammortamento e mettere la parola fine alla telenovela Industria 5.0, per quelle imprese che hanno investito e ha creduto nei coloriti impegni del governo». Cioè, non possiamo assolutamente permetterci che la fiducia tra aziende e poteri forti vacilli, né tantomeno lasciare qualche sfigato per strada. Perché, ovviamente, «queste misure sono fondamentali per tenere in vita il Paese», il quale, tra le altre cose, sembra aver perso la bussola ma non il sarcasmo.

Il presidente di Confindustria non gioca a nascondino: da mesi lamentava con piglio da strega buona la zavorra insostenibile dei costi energetici, un problema ormai esploso come petardo in notte di Capodanno. «Certamente ogni guerra è una catastrofe per il genere umano», ci rassicura, «ma in meno di una settimana si è già profilata una robusta e velenosa componente speculativa. Capisco e perdono il gas a prezzi da urlo, ma il vero guaio oggi è la danza dei capitali. Una follia miope e cieca.»

Il caro prezzo dell’energia? Inevitabile fare pressing sull’esecutivo, ma anche invocare un piano d’emergenza europeo, perché fare da soli ormai è da miserabili. Non si tratta di numeri insignificanti: si è passati, in pochi giorni, da 107 a 170 euro al MWh. E qui sorge la domanda più semplice dai tempi di Galileo: quanto potranno ancora resistere le imprese prima di gettare la spugna e chiudere baracca?

«Ora ci sono due problemi fondamentali. Il primo è il costo in preda alla follia della navigazione mercantile, frutto dell’incredibile rincaro delle assicurazioni. Il secondo – ovviamente legato al primo – è il blocco nello Stretto di Hormuz, dal quale passa quel 20% di gas e petrolio mondiale che nessuno può permettersi di ignorare.»

Come ciliegina sulla torta? «Quasi tutta la benzina che nutre il settore aereo arriva proprio da quel Golfo qui. Sofferenze vere e urgono misure immediate.» E che dire del rincaro di materie prime base? «Solo ieri l’asfalto ha fatto segnare aumenti superiori al 100%. Se l’obiettivo è completare quelle magnifiche opere pubbliche e asfaltare le strade, il rischio è che anche il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) si ritrovi con le gambe corte.»

Il decreto energia, quello che si spera di vedere finalmente trasformato in legge, è «un inizio concreto, certo, ma non basta.» Infatti qui la palla passa al protagonista europeo: Bruxelles deve spremersi le meningi e tirar fuori misure di sostegno degne di quel nome, proprio come fece quando il mondo si fermò col Covid. E, sia mai, è giunto il fatidico momento di buttar giù quello spregevole muro che ancora impedisce il vero mercato unico dell’energia.

«Torno dalla Spagna, che è costellata di impianti eolici e fotovoltaici, ma servono concessioni rapide, non chiacchiere. Mi fa quasi ridere, se non fosse tragico, sentire qualcuno nei palazzi della Commissione Europea sostenere che la questione sia ancora sotto controllo. Sotto controllo di chi? Con il diesel a 2,30 euro al litro?»

Emanuele Orsini ha appuntamento a breve a Bruxelles, per far sentire la voce degli industriali italiani. Cosa chiederà, dunque?

«Agire subito e mettere da parte ogni ipocrisia. Serve un gesto di responsabilità da ognuno degli Stati membri dell’Unione Europea, perché davvero è ridicolo pensare che ci si possa salvare da soli. Io sono europeista, ma non di questa Europa fatta a pezzetti. Ho la netta sensazione che qualcuno pensi ancora di poter affrontare questa crisi giocando in solitaria.»

Qualche nome? «La Germania ha sfornato 26 miliardi per salvare le imprese e abbassare i costi energetici; la Francia ha piazzato un tetto ai prezzi. L’Italia ha fatto i compiti, si è rientrata nel Patto di stabilità, ma non può più accettare un’Europa che procede con dieci velocità diverse e nessun senso di sincronia.»

Un invito, o meglio una richiesta: serve alleggerire i vincoli di bilancio. «Sì, abbiamo già ballato tra Covid, guerra ucraina e ora lo shock dal Golfo. L’Unione Europea deve farsi un esame di coscienza e concedere davvero una deroga al Patto di stabilità: questa è l’unica strada per dare ossigeno a mercati, imprese e famiglie e mantenere viva la capacità di spesa. Noi, come sempre, siamo pronti a fare la nostra parte. Ma chiediamo lo stesso, per una volta, anche da Bruxelles.»

Fatevi due conti: secondo Confindustria, lo scambio commerciale tra l’Italia e i Paesi del Golfo pesa circa 30 miliardi di euro, con un attivo da far venire l’acquolina in bocca di oltre 11 miliardi. Quanto di tutto questo flusso rischia di finire sprecato o peggio?

«Molto, purtroppo. Il mondo si sta stringendo come una morsa. Pensate al sole delle tariffe doganali degli Stati Uniti, che resteranno un capolavoro di burocrazia da manuale almeno finché non si deciderà di passare alla fase esecutiva.»

I mercati, però, sembrano divertirsi prevedendo ben due aumenti dei tassi da parte della Banca Centrale Europea entro dicembre. Meno divertito, invece, è il ministro Giorgetti, che considera questa eventualità “grave”.

Il ministro ha chiarito che una stretta sui tassi sarebbe l’ultimo dei problemi. In verità, sostiene che forse sarebbe più sensato abbassarli, visto che l’inflazione energetica colpirà inevitabilmente anche l’economia interna. Insomma, a suo dire questo sarebbe il momento di «lavorare tutti insieme per costruire soluzioni», non di sognare inutili strette monetarie, soprattutto per un paese come il nostro che porta sulle spalle un debito pubblico da far rabbrividire.

Quando poi entra nel merito della speculazione, precisa che ne esistono due famiglie: una finanziaria, quella classica che conosciamo, e l’altra legata al sistema degli ETS (Emission Trading System), definita da lui una «pazzia che va corretta». Un autentico capolavoro di chiarezza economica.

La presidente Ursula von der Leyen ha recentemente detto che ignorare il nucleare sarebbe, come dire, un errore madornale, e che l’Unione Europea potrebbe tornare a produrre energia sfruttando i reattori di nuova generazione.

Il ministro Giorgetti, in tutta la sua brillante onestà intellettuale, ha risposto così:

«Sì, ma mi domando: quanto ci vorrà? Dieci anni? E nel frattempo? Torniamo all’età della pietra?»

Una domanda che in realtà non si pone nessuno, perché nel frattempo si spera che il fotovoltaico possa fare miracoli. Solo che per questo servirebbero dei commissari, ma qui in Italia si preferisce convocare infinite tavolate, limare decreti e passare le giornate a discutere di accise mobili che puzzano più di una scusa piuttosto che di soluzioni concrete.

Intanto, mentre si blatera di crisi e misure, le merci marciscono nelle stive – una situazione che rende il tutto particolarmente surreale. E la domanda cruciale è ovviamente: cosa vorrebbero realmente dal governo?

La risposta non sorprende: auspicano che le misure di politica industriale previste dalla legge di bilancio vengano applicate senza ulteriore indugio. Sapete, quelle stesse misure che le aziende stanno ignorando, rinviando ordini proprio per la mancanza di segnali chiari.

In sintesi, viviamo un momento di crisi tanto acuta quanto confusa, e l’unica cosa certa è che urge un intervento immediato. Peccato però che tra continui dibattiti burocratici e dichiarazioni contraddittorie, la parola «immediato» qui sembri appartenere ad un glossario mitologico.

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