«Nei prossimi cinque anni, promuoveremo i lavori preparatori per il percorso centrale del gasdotto Cina-Russia». Ah, la solita perla di saggezza estratta dalla bozza del nuovo piano quinquennale 2026-2030 della Repubblica Popolare Cinese, quella meraviglia in fase di approvazione durante le solite riunioni annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo, con chiusura prevista giovedì 12 marzo. Tradotto dal burocratese all’italiano: sembra che finalmente venga dato il via libera al super gasdotto Power of Siberia 2, quel gioiellino su cui Vladimir Putin spinge da sei anni, mentre Xi Jinping ha giocato a fare il difficile fino a oggi. Come mai questo improvviso slancio sull’infrastruttura? Semplice: ci sono un po’ di casini in Medio Oriente. Con attacchi incrociati a raffica sulle riserve petrolifere di Iran e altri Paesi del Golfo, i rifornimenti energetici della regione rischiano seriamente di saltare, proprio dove Pechino ha messo gli occhi da tempo. Insomma, la Cina è costretta a tornare a spalancare le braccia alla rubinetteria russa, dopo aver tagliato nettamente acquisti e scambi nel 2025 (-6,9% per il petrolio, -9,9% per l’interscambio totale), tutto nella grandiosa strategia di diversificazione energetica. La leadership cinese, nel suo documento solenne, ci tiene a menzionare esplicitamente nuovi gasdotti sino-russi. Anche se non appare il nome “Power of Siberia 2” nero su bianco, tutti gli esperti di gossip politico ed energetico sono convinti che il mysterioso “percorso centrale del gasdotto Cina-Russia” sia proprio lui. Un progetto discusso un sacco di volte e rimasto però incastrato in una danza di stalli e trattative complicate. Promesse a effetto non sono mai diventate concrete, almeno fino allo scorso autunno, quando Putin ha fatto un giretto a Pechino e i media russi hanno cominciato a fare il conto alla rovescia per l’accordo. Si parla di circa 2.600 chilometri di tubo che collegheranno i giacimenti gassosi enormi della Siberia occidentale al mercato cinese passando per la Mongolia, con una capacità da capogiro: fino a 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Una roba da rivoluzionare l’equilibrio energetico dell’Asia orientale.
Il gioco dietro le quinte: tra armi, petrolio e inflazione da incubo
Dal punto di vista del Cremlino, questo progetto rappresenta una priorità strategica non appena si è visto chiudere la porta dell’Europa post-guerra in Ucraina. Dopotutto, dopo che l’Occidente ha deciso di non comprare più gas russo, bisognava pur vendere la roba da qualche parte, e la Cina è sempre stata la scelta più naturale. Come l’India lo è stata per il petrolio. Così, il gasdotto diventa la scorciatoia d’oro per riorientare la mappa energetica russa verso l’Asia, perché quella vecchia Europa ormai fa le bizze.
Per Pechino, invece, giocare a guardare questa partita è più delicato di quanto sembri. La leadership cinese ha condotto una danza cauta intorno al gasdotto per anni, sapendo di avere la museruola del compratore principale e cercando di strappare condizioni economiche più convenienti di un mercante di spezie a Istanbul. Ma le recenti botte a infrastrutture energetiche iraniane e le crescenti tensioni nel Golfo Persico hanno acceso un semaforo rosso: dipendere da rotte marittime gestite da potenze rivali o teatro di conflitti regionali è come camminare su un tappeto di mine. Ecco che allora le forniture via terra dalla Russia diventano improvvisamente un’opzione strategica di gran lunga più solida. Metti un bel gasdotto, invece di un nervoso gregge di petroliere tra stretto di Hormuz e guerre variamente suddivise.
Naturalmente, non è tutto rosa e fiori, a iniziare dai soldi. La costruzione del gasdotto viene valutata in oltre 13 miliardi di dollari, ma secondo gli esperti realisti potremmo tranquillamente raddoppiare o triplicare la cifra, considerando la distanza enorme, le difficoltà geografiche di attraversare zone remote e le infrastrutture accessorie da costruire. E anche se Pechino decidesse di fare i salti mortali, riversare kolossal millionari su una rete così estesa non è roba da un paio d’anni. Serviranno decenni, a meno di non chiedere un miracolo energetico nel prossimo inverno.
E poi c’è la componente politica, quella che certamente non manca mai. L’intensificarsi dei legami energetici crea una sorta di interdipendenza strutturale. Peccato che non sia esattamente un’idea brillante per la Russia, che dopo aver perso il mercato europeo è in pratica diventata dipendente da un socio cinese che ora detiene tutto il potere della situazione. Ma ehi, chi ama un gioco a somma zero?
Per quanto sottile e alleggerito di particolari espliciti, inserire il progetto nel piano quinquennale della leadership di Pechino è un chiaro messaggio politico: qui si vuole costruire qualcosa che, con un po’ di fortuna, diventerà un pezzo fondamentale della nuova architettura energetica eurasiatica. Appena il gasdotto sarà pronto – o almeno sognato a tal punto da spaventare il mercato – tutti potranno dire: “Ecco il futuro.” Almeno fino al prossimo disastro geopolitico.



