«Improbabile». Ecco la parola magica di un rapporto firmato da quei luminari del National Intelligence Council, un club esclusivo di veterani provenienti da 18 agenzie federali statunitensi. Secondo loro, lo sfaldamento del regime iraniano sotto una «vasta operazione» è pressoché fantascienza; e come se non bastasse, anche sperare che quella confusa opposizione multifaccettata riesca a prendere le redini del Paese è puro delirio. Questi due estremi sono la quintessenza del documento che la Nic ha gentilmente consegnato alla leadership di Washington, anche se non è chiaro se il presidente abbia mai deciso di dare uno sguardo alla relazione. Un dettaglio che forse chiarisce molte cose.
Il rapporto è arrivato a ridosso dell’inizio dei famigerati raid su Teheran, senza considerare i particolari di quella che ormai viene chiamata operazione militare “misteriosa ma letale”. Tuttavia, secondo il Washington Post — primo a svelare il documento — le opzioni sul tavolo di Trump non sono mica così a portata di mano. Una fonte vicina all’amministrazione americana ha sintetizzato con un “oggi il regime è saldo, le sue ramificazioni funzionano, pensare di abbattere Khamenei come fosse un gioco chiuderebbe la partita è un errore da dilettanti”. Pare ci siano protocolli ben oliati per mantenere il potere, mica bruscolini.
Il presidente USA ieri ha inaugurato la giornata con l’ennesimo post su Truth (sic!), il social preferito degli impavidi capi di Stato, dove ha promesso un’intensificazione dei bombardamenti da far tremare i polsi: «Li colpiremo molto duramente», è stato rassicurante, confessando anche di «non sapere quanto durerà il conflitto». Sì, proprio quella trasparenza che tutti aspettavano.
Poi, durante il summit con i leader delle Americhe radunati nel suo golf club di El Doral, Florida, ha declamato «i tremendi progressi fatti». Ha rivendicato la distruzione dell’aviazione iraniana, il collasso delle comunicazioni e ha gonfiato il numero delle navi distrutte da 30 a 41 in pochi giorni, perché, si sa, contare non è mai stato un problema da risolvere con serietà. In chiusura, elargendo autogiudizi da Oscar, si è assegnato un generoso 15 su 10 per come l’America sta “gestendo” questa guerra. Semplicemente sublime.
La solita guerra giusta… ma solo quando conviene
«Con il nostro intervento l’Iran è passato dall’essere il bullo del Medio Oriente a un perdente totale», ha trombato fuori Trump, senza perdere l’occasione di stuzzicare il suo nuovo amico britannico: «Il Regno Unito sta finalmente pensando di inviare due portaerei in Medio Oriente. Bene così, primo ministro Starmer: non ne abbiamo più bisogno. Non serve che altri Paesi si uniscano alle guerre quando già abbiamo trionfato». Nulla come un po’ di pietà verso gli alleati per esaltare la vittoria, vero?
La risposta da Teheran è stata all’altezza del siparietto, naturalmente social: il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha messo in chiaro che se Trump desidera un’escalation, è esattamente quello che avrà. Piccola consolazione diplomatica, il tentativo di distensione del moderato Masoud Pezeshkian, che aveva perfino chiesto scusa ai Paesi arabi per gli attacchi, è stato seppellito velocemente come un incidente di percorso.
Militarmente, gli USA stanno rafforzando il dispositivo di guerra come se non ci fosse un domani: la portaerei USS Bush sarebbe in rotta verso l’area del conflitto. Nelle ultime 48 ore i raid hanno colpito il cuore del Paese, con ben 3.000 obiettivi bombardati. A questo si aggiunge il classico bypass del Congresso, grazie al pretesto “emergenza”, per spedire 20.000 bombe a Israele. Per quanto riguarda l’invio di truppe a terra, la già leggendaria ambiguità presidenziale la fa da padrone: nonostante le indiscrezioni dell’ultima ora abbiano fatto tremare i loro fan repubblicani, il presidente preferisce il silenzio quando è davanti ai giornalisti.
Insomma, un cocktail perfetto di contraddizioni, strategie malcelate e annunci epici assortiti a diplomatiche marce indietro — nella più grande tradizione della politica estera americana.
Trump e il massacro mediatico: il conflitto come show personale
Il presidente pare soffrire dell’irrefrenabile bisogno di trasformare ogni guerra in uno spettacolo personale, dove il ratio conta poco e la narrativa è tutto. Dall’autoincensarsi progressivo fino al 15/10, alle dichiarazioni bellicose su social fortunatamente poco seguiti, il messaggio è chiaro: più che una strategia, è una fiction in cui l’eroe protagonista deve vincere a tutti i costi, anche a costo di ignorare reali dinamiche e conseguenze.
Tra promesse di “colpire duramente” e la spettacolarizzazione dei numeri sulle distruzioni navali, si scorge la volontà di costruire una leggenda. Il tutto mentre il Paese affonda sempre più in un conflitto di cui nessuno ha idea di quando e come finirà. Verrebbe quasi da chiedersi se la realtà esista davvero o sia solo un dettaglio da mettere da parte nel grande show mediatico.
Il gioco degli alleati: quando la solidarietà è un onere inutile
L’annuncio di Trump che sminuisce l’importanza del Regno Unito e il suo apprezzamento per il fatto che Londra non partecipi attivamente alla “faticosa vittoria” è forse la ciliegina sulla torta di un approccio isolazionista mascherato da leadership globale. La superiorità americana si esprime non solo sul campo di battaglia ma anche nel trattare i partner come tappezzeria da usare solo se funzionale allo spettacolo personale del comandante in capo.



