Aurora sognava, dicevano tutti. Oggi, quella ragazzina davanti a me non sembra proprio quella di una volta. Quando le chiedo quale sarà la sua grande sfida prossima, mi risponde sottovoce: «scegliere il vestito per il diciottesimo». Sì, proprio così, la più grande impresa da affrontare sembra essere una questione di moda adolescenziale, non certo la vita e i suoi drammi cosmici. Siamo in un istituto turistico della provincia di Brescia, un regno sperduto che mescola indirizzi scolastici vari e ragazzi con sogni così diversi da sembrare lontanissimi. Intorno, palestre, campi sportivi, murales finti, scarpe rosse e zone fumatori; uscite di sicurezza numerose come se si preparassero a un’apocalisse imminente. La scuola stessa è un ginepraio con mille ingressi e corridoi; sembrerà incredibile, ma non riesco a orientarmi nemmeno io, malgrado la mia esperienza in orientamenti universitari.
Provo a convincermi che questo edificio debba imitare un college americano, ma ahimè, la sensazione è più quella di un ibrido tra un ospedale e un carcere super organizzato. Sarà per le sbarre alle finestre, o per l’atmosfera da labirinto grigio pieno di richiami kafkiani, immerso nella monotonia della pianura padana in una fredda mattina di gennaio. Mi ritrovo sempre a tornare al punto di partenza, letteralmente e metaforicamente. Mentre io penso a Borges e Kafka, questi ragazzi probabilmente riducono tutto a un videogame – con poca speranza, purtroppo.
Aurora è vestita tutta di nero, come tutti gli altri. Quando le chiedo se sa perché i suoi genitori le abbiano dato quel nome, quale augurio o significato si celi dietro, la risposta è semplicemente: «non lo so». Un capolavoro di riflessione. Le chiedo allora cosa prova all’idea di diventare maggiorenne e di diplomarsi, e lei con voce appena udibile risponde «paura». Naturalmente, chiedo di spiegarmi meglio e ottengo un «responsabilità» talmente appena sussurrato che mi costringe a far tacere tutta la classe. Che scena! Mi spiace dover imporre il silenzio, perché vorrei che arrivasse spontaneo, guidato dalla forza di ciò che ci diciamo e dal desiderio di ascoltare gli altri. Peccato!
Le domando anche che senso abbiano i tatuaggi sulle sue braccia: risposta? «Non ne ho idea, li ha fatti la mia tatuatrice e dovevano solo coprire i tagli che mi sono fatta in terza, le cicatrici sono ancora lì, tutte in fila ordinate». Sarò senz’altro un’espressione neutra quella che faccio, come quando mi racconta di quanto amasse la pallavolo, poi però ha smesso di giocare perché quell’allenatore stava «troppo troppo vicino». Ne faccio una faccia di ringraziamento per la sua sincerità, che – ammettiamolo – è uno degli ingredienti più rari in questi gruppi di diciottenni nel 2026.
Perché diciottenni così sono stati messi nelle peggiori condizioni immaginabili. Da noi adulti, con parole, opere e soprattutto omissioni, siamo riusciti a regalare loro un terrore più incisivo di ogni spavento. Aurora non sogna, non ci pensa nemmeno. Questa è la cosa che più dovrebbe terrorizzarci, ed è esattamente il motivo per cui alle 9 del mattino mi ritrovo ancora con quattro ore di lezione per tentare di mostrare ai ragazzi tutti i miei errori e come, con pazienza e cercando ispirazione dai più grandi, sono riuscito a restare in piedi e, a tratti, perfino a ballare.
Ogni mattina prego almeno di riuscire a far capire a quanti più giovani possibili che la paura la conosco bene, ma conosco anche la serenità. E che raccontandoci le storie, forse, potremo tutti curare le nostre piccole o grandi ferite. Un compito che sembra più difficile del vestito perfetto per il diciottesimo, ma almeno è un obiettivo un po’ più degno.



