Che gioia per i dipendenti della Unilever a Casalpusterlengo: ben 49 posti di lavoro a rischio, tutti nel glorioso reparto Ricerca e Sviluppo, il cuore pulsante dove sono nate star del calibro di Cif e Coccolino. Un dipartimento che, ironia della sorte, ha creato molti dei prodotti che ancora oggi spopolano, ma che ora paga lo scotto della grande fama con un bel taglio netto. Una sorta di “vogliamo l’innovazione, purché altrove”.
Venerdì scorso, con tanto di assemblea ben orchestrata, i sindacati Cgil e Cisl hanno radunato i lavoratori davanti allo stabilimento, ormai una piccola ombra delle mille anime che un tempo animavano quel polo lodigiano. Ora restano appena 110 persone, praticamente una mosca bianca rispetto ai fasti di un tempo. Ma mica perché la produzione è calata! No, è solo che le decisioni “illuminate” della multinazionale puntano a spostare allegramente tutto in Regno Unito e India. Perché nel mondo globale conta molto di più tagliare costi, svendere identità e trattare i lavoratori come mere cifre in un bilancio.
La delocalizzazione: la ricetta magica per il futuro incerto
La storia è diventata un classico ormai: la multinazionale decide di chiudere il reparto che ha creato tutto, mica la produzione vera e propria! Ecco che allora ecco arrivare la parola d’ordine “delocalizzazione”. Perché mantenere un dipartimento di eccellenza in Italia è troppo noioso, meglio spostare tutto dove il lavoro costa meno e la tutela sindacale è una barzelletta. Le ipocrisie tra innovazione e profitto si scontrano con la dura realtà di chi perde il lavoro, ma tant’è: l’importante è aumentare l’utile trimestrale, non il valore sociale.
La protesta davanti allo stabilimento non è soltanto una formalità inutile, ma l’ennesimo grido di chi si vede scivolare il tappeto sotto i piedi, nella speranza di richiamare l’attenzione su una questione che sembra interessare poco o niente a chi prende le decisioni da lontano, indifferente ai volti dietro le scrivanie svuotate. Peccato che il reparto Ricerca e Sviluppo rappresenti il cervello creativo di un’azienda, la vera spina dorsale dell’innovazione, eppure viene sacrificato con la leggerezza di un colpo di spugna.
Ma tranquilli, la svolta è dietro l’angolo: portare tutto all’estero significa nuovi mercati, più investimenti e un futuro radioso, almeno per i vertici della multinazionale. Per i lavoratori italiani invece? Un piacevole ritorno al passato fatto di precariato, incertezza e applausi ironici davanti a un destino già scritto. Applausi anche a chi ha deciso che la storia e la fedeltà al territorio valgono meno di un centesimo risparmiato.



