Peroni e Unindustria uniti in un abbraccio che nessuno aveva chiesto

Peroni e Unindustria uniti in un abbraccio che nessuno aveva chiesto

Una produzione di birra di queste proporzioni non nasce dal nulla, ma da una catena complessa che parte dalla materia prima, passa attraverso impianti tecnici, trasporti, e finisce sui banconi dei bar. Ogni fase lascia un’impronta, eppure nessuno sembra credere che questa impostazione industriale possa essere realmente “verde” o “etica”.

Il resto lo fa il termine magico “esperienza inclusiva”, ovvero: bere la stessa birra a casa tua o a casa del tuo vicinato globale suona accogliente. Ma in effetti, da sempre essere inclusivi significa lasciare tutti con la stessa sete e lo stesso portafoglio leggero.

La filiera birraria made in Italy tra marketing e realtà

Una produzione di birra di queste proporzioni non nasce dal nulla, ma da una catena complessa che parte dalla materia prima, passa attraverso impianti tecnici, trasporti, e finisce sui banconi dei bar. Ogni fase lascia un’impronta, eppure nessuno sembra credere che questa impostazione industriale possa essere realmente “verde” o “etica”.

Il fascino di un brand storico, con le sue campagne di comunicazione buttate massicciamente sui temi della sostenibilità e della responsabilità sociale, funziona un po’ come una pozione magica: toglie la coscienza, addolcisce il palato e svuota i portafogli. Il tutto condito con qualche spot che mostra campi verdi e famiglie felici mentre sorseggiano la birra perfetta.

Peccato che dietro quella bottiglia c’è la realtà di un’industria che magari non si chiama proprio “pescecane”, ma di certo non è nemmeno una filiera di agricoltori che condividono il raccolto e cantano Kumbaya.

Concludendo: è possibile bere responsabilmente o è solo un’altra birra bella e dannata?

Forse è arrivato il momento di smetterla con i proclami vacui e guardare la realtà in faccia. Birra Peroni è un gigante dal cuore industriale, che può sfoggiare purpose accattivanti quanto vuole, ma rimane un’azienda che produce quantità impressionanti di birra, con tutte le contraddizioni che questo comporta.

Se davvero vogliamo parlare di sostenibilità, bisognerebbe forse iniziare a pensare al perché continuiamo a voler produrre e consumare così tanta birra. A meno che, naturalmente, non consideriamo le “connessioni di valore” semplicemente buon marketing da berci su.

Guidata da un nobile quanto mutevole “purpose” ovvero il nobile intento di “Creare connessioni di valore”, Birra Peroni si presenta al mondo come una paladina dell’impatto positivo. Assieme al resto del glorioso Gruppo Asahi, di cui fa parte – perché meno è meglio, no? – si propone non solo di salvare il pianeta ma anche di dare un’esperienza “inclusiva” a persone e società. Tutto questo mentre produce circa 6,5 milioni di ettolitri di birra all’anno, con oltre 2 milioni destinati a un mercato estero tanto affamato di bollicine italiane.

Insomma, Birra Peroni è tra le realtà più importanti d’Italia, brand in mano, immagine da esportare e… forse anche da salvare, viste le continue trasformazioni di marketing e sostenibilità.

“Connessioni di valore” o semplicemente un altro slogan elegante?

Non è meraviglioso come tante aziende predichino la loro missione con termini altisonanti e poi si limitino a immettere sul mercato – guarda un po’ – birra? Nessuno dice che sia male, anzi, ma trasformare una bevanda alcolica in una missione di vita globale, inclusiva e planetaria suona un po’ come vendere la panna montata in un pacchetto di plastica biodegradabile.

Non è forse curioso che tra i grandi marchi di un gruppo giapponese, noto per la sua disciplina e precisione, troviamo un emblematico esempio italiano di quanto possa essere “greenwashing” una produzione industriale di massa? Il tutto confezionato con un linguaggio da adoratori del valore condiviso, che suona tanto come la divisa da cerimonia di una festa del marketing.

Se la sostenibilità fosse solo un cocktail di belle parole

Parliamo dei 6,5 milioni di ettolitri di birra l’anno prodotti da Birra Peroni. Ma quanto è “sostenibile” questa quantità industriale? A meno che con questa parola non intendano la capacità di mantenere il mercato sempre assetato, difficile credere che un simile volume non impatti almeno un po’ su risorse naturali, acqua, energia e ambiente.

Ma chi se ne cura? Basta aggiungere il termine “impatto positivo” e magari dare qualche numerino sul riciclo delle bottiglie, magari prodotti con meno emissioni, per chiudere il cerchio senza mai chiedersi che fine faccia la perfezione teorica quando incontra la realtà quotidiana del business.

Il resto lo fa il termine magico “esperienza inclusiva”, ovvero: bere la stessa birra a casa tua o a casa del tuo vicinato globale suona accogliente. Ma in effetti, da sempre essere inclusivi significa lasciare tutti con la stessa sete e lo stesso portafoglio leggero.

La filiera birraria made in Italy tra marketing e realtà

Una produzione di birra di queste proporzioni non nasce dal nulla, ma da una catena complessa che parte dalla materia prima, passa attraverso impianti tecnici, trasporti, e finisce sui banconi dei bar. Ogni fase lascia un’impronta, eppure nessuno sembra credere che questa impostazione industriale possa essere realmente “verde” o “etica”.

Il fascino di un brand storico, con le sue campagne di comunicazione buttate massicciamente sui temi della sostenibilità e della responsabilità sociale, funziona un po’ come una pozione magica: toglie la coscienza, addolcisce il palato e svuota i portafogli. Il tutto condito con qualche spot che mostra campi verdi e famiglie felici mentre sorseggiano la birra perfetta.

Peccato che dietro quella bottiglia c’è la realtà di un’industria che magari non si chiama proprio “pescecane”, ma di certo non è nemmeno una filiera di agricoltori che condividono il raccolto e cantano Kumbaya.

Concludendo: è possibile bere responsabilmente o è solo un’altra birra bella e dannata?

Forse è arrivato il momento di smetterla con i proclami vacui e guardare la realtà in faccia. Birra Peroni è un gigante dal cuore industriale, che può sfoggiare purpose accattivanti quanto vuole, ma rimane un’azienda che produce quantità impressionanti di birra, con tutte le contraddizioni che questo comporta.

Se davvero vogliamo parlare di sostenibilità, bisognerebbe forse iniziare a pensare al perché continuiamo a voler produrre e consumare così tanta birra. A meno che, naturalmente, non consideriamo le “connessioni di valore” semplicemente buon marketing da berci su.

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