Non male questa nuova frontiera dell’editoria, dove i confini nazionali sembrano essere solo un dettaglio quando si tratta di mettere le mani su pezzi da novanta. Del resto, chi se ne importa se il simbolo del conservatorismo britannico ora potrà vantare una bandiera tedesca sul masthead? Solo un dettaglio per chi, invece, ama vedere dove porta la logica del capitale.
Il grande balletto delle offerte e la rivoluzione di Springer
A orchestrare questa sinfonia editoriale è stato l’amministratore delegato Mathias Döpfner, che non ha certo mai nascosto le sue ambizioni da conquistatore del mercato editoriale. Da due anni Springer ha scelto di uscire dalla borsa grazie a un accordo con il fondo di private equity Kkr, un passo fondamentale per allentare le maglie finanziarie e muoversi con maggiore agio nello shopping globale.
I media inglesi ci raccontano che, nelle settimane appena trascorse, il gruppo ha prima tentato un ingresso in un consorzio guidato da Dovid Efune, proprietario del New York Sun. Ma, sorpresa sorpresa, ha deciso di fare da solo, aprendo trattative parallele con RedBird Imi (un nome che evoca l’esotico, finanziato dagli Emirati Arabi Uniti) escludendo proprio Efune.
Magia delle proprietà editoriali tormentate: tutto potrebbe concludersi dopo tre anni di tira e molla, dalla bancarotta del gruppo Barclay (proprietario dal 2004) al controllo forzato da parte della banca Lloyds Banking Group, passando per il contorto intreccio di debiti e acquisizioni che avrebbe fatto impallidire persino un romanzo giallo.
Quando la politica fa capolino (con tanto di divieti e ripensamenti)
Il veicolo societario RedBird Imi, sostenuto dagli ambiziosi finanziatori degli Emirati, aveva in mano il debito di Lloyds e puntava a trasformarlo in una partecipazione azionaria. Ma un ostacolo davvero insormontabile si è frapposto: il governo conservatore britannico dell’epoca, attivissimo nel difendere la “sacralità” del controllo nazionale, ha bloccato l’operazione per paura che un fondo di investimento straniero potesse mettere le mani su un giornale tanto importante.
Risultato? RedBird Imi è stata costretta a mollare la presa su quella pietra preziosa. Poi, in un colpo di scena degno delle telenovelas più avvincenti, il mese scorso – come per magia – il governo britannico ha cambiato idea, rimuovendo le restrizioni legali e consentendo a Dmgt di proseguire nell’acquisizione con un finanziamento garantito da NatWest.
Questo passaggio di consegne sembrava fatto apposta per Lord Rothermere, sventolante padrone del Daily Mail, che vedeva nel Telegraph la chiave per costruire un impero editoriale a Fleet Street, cementando la supremazia di una vecchia volpe dell’ala conservatrice britannica. Ma Springer, con una mossa degna di un campione di scacchi, ha rilanciato con ben 75 milioni in più, spingendo RedBird a lasciare campo libero alle ambizioni tedesche.
Il Telegraph, noto anche come “Torygraph” per il suo storico abbraccio con l’establishment conservatore, ora si trova a dover fare i conti con una proprietà tedesca. Reazioni scintillanti a Westminster non sono mancate, ma dopotutto, come dice un vecchio adagio: quando si parla di affari, la patria è solo un’opinione.
Tra vecchie glorie mancate e nuove speranze per Döpfner
Per Mathias Döpfner si tratta soprattutto di un ritorno in campo su un terreno già ben calcato. Nel 2004 fu beffato dall’offerta dei fratelli Barclay e, nel 2015, il prestigioso Financial Times scivolò dalle sue mani a favore di Nikkei, il colosso mediatico giapponese, per l’astronomica cifra di 844 milioni. In questa nuova tornata, le cose potrebbero finalmente volgere a suo favore.
Naturalmente, fino a quando Ofcom e le autorità antitrust britanniche non daranno il loro benestare, niente sarà scritto nella pietra, ma i segnali sembrano dire che la storia, quella dei vecchi agnelli conservatori che diventano preda delle tigri germaniche, potrebbe avere un nuovo capitolo.



