Miguel Díaz-Canel, presidente di Cuba, si è fatto vedere nel classico cliché da protesta “anticomunista” davanti all’ambasciata americana. Il motivo? Ovviamente il gran dramma della vita: la strenua difesa dell’impero cubano sotto attacco degli Stati Uniti, con le celeberrime ottanta vite spezzate nei precipitosi eventi venezuelani in cui 32 soldati cubani non hanno fatto ritorno a casa. Davvero un piccolo dettaglio nella lunga lista di trionfi imperialisti.
Lo ha detto chiaro e tondo Lindsey Graham, senatore repubblicano e spalla del grande stratega Donald Trump: “Cuba sarà la prossima”. Già, perché tra un attacco a Iran e l’altro, gli USA hanno deciso di imporre un blocco petrolifero a questa incantevole “dittatura” comunista. Blocco che, come dire, ha semplicemente scatenato una crisi economica da far invidia a qualsiasi crollo di mercato, facendo somigliare il tutto a quando crollò l’Unione Sovietica. Niente panico però: si tratta solo della solita prova di sopravvivenza socialista classica.
Che dire poi di Iran, amico fedele di un sistema cubano che ormai ha preso le sembianze di un bunker diplomatico-strategico? Ebbene, anche Teheran è sotto fuoco incrociato dai bombardamenti USA e israeliani – dettaglio di poco conto. Nel frattempo, il nostro amico Graham si diverte a prevedere la fine del regime cubano con quella puntualità che solo un politicante poco informato può vantare.
Lindsey Graham ha dichiarato a “Sunday Night in America” di Fox News:
“Questa dittatura comunista a Cuba, i loro giorni sono contati.”
Prima ancora di quei lasciti di bombe a Teheran, il nostro amato Trump aveva parlato di un “amichevole cambio di potere” sull’isola, chiarendo con una precisione degna di uno stratega militare solo uno: nulla di concreto, solo parole buttate lì in stile tweet, tanto per tener calda la platea e intimidire l’avversario. Ovviamente, la paura in Avana monta, con una serenità degna di un film di spionaggio.
Par Kumaraswami, professore all’Università di Nottingham, ci ricorda che questa famigerata “presa amichevole” potrebbe somigliare molto al caos già visto in Venezuela: un governo autoritario in guerra con se stesso, ma sempre con il telecomando in mano agli Stati Uniti.
Carlos Solar, ricercatore senior presso il think tank RUSI di Londra, ci offre la lettura più ironica della situazione:
“Cuba ha perso il sostegno di Venezuela e Iran proprio nel momento in cui la pressione dalla Casa Bianca aumenta. Ma quello che non sappiamo è come gli Stati Uniti intendano far capitolare il regime cubano. Non vediamo nessun biglietto da visita militare che preluda a un’operazione militare stile ‘Absolute Resolve’, quella che ha portato alla cattura di Maduro.”
Insomma, niente tappeti rossi o parate militari. L’approccio potrebbe essere molto più sottile, quasi da commedia dell’assurdo geopolitica. Nel frattempo, le compagnie aeree tagliano i voli verso Cuba a causa della crisi di carburante, una vera sciccheria per chi ha votato per l’embargo. Il turismo, una volta fiore all’occhiello dell’isola, ora è un ricordo lontano di tempi più prosperi (e meno asfissiati da sanzioni).
La fame di petrolio della piccola isola comunista è così atroce che persino il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, con la solita coerenza da manuale, ha permesso una sorta di apertura alla vendita privata di petrolio venezuelano a Cuba. Un’eccezione tanto pragmatica quanto umoristica: il blocco misto a qualche concessione “umanitaria”. Una scena da commedia degli errori.
Par Kumaraswami ritorna sul palco mediatico per descrivere l’atmosfera a Avana come un cocktail di ansia e confusione crescente, con i cubani sempre più preoccupati su come sopravvivere in un caos internazionale che sembra non dare tregua. Nel frattempo, punteggiano il quadro gli episodi più fastidiosi, come la morte di quattro persone al largo delle coste cubane, vittime di un’improbabile avventura a bordo di una scattante barca a motore targata USA.
L’ironia della guerra e delle alleanze
In tutto questo marasma, Cuba continua a ripetere il mantra che le è caro dal 1959: la salvezza sta nel sapersi adattare a un mondo che cambia, anche se proprio il mondo politico intorno presenta un’immagine piuttosto bizzarra. Gli Stati Uniti, alle prese con conflitti su più fronti, sembrano voler giocare a Risiko sovranazionale, ma con pedine che rispondono meno di quanto previsto. Dai lampi di guerra a Venezuela, Iran e ora Cuba, assistiamo a un teatro di contraddizioni e doppi giochi che farebbe felice qualsiasi sceneggiatore di commedie nere.
In fondo, se l’epoca delle dittature comuniste aveva il suo fascino ideologico, ora la vera distopia sembra essere il “libero mercato” manipolato da una superpotenza che getta granelli di sabbia ovunque per mostrare i muscoli, mentre la popolazione cerca semplicemente di sopravvivere. Se ne parlerà – e si riderà amaramente – agli annali della politica globale, ma per ora il sipario resta aperto, con Cuba protagonista involontaria di questo spettacolo tragicomico.
Come se non fosse già abbastanza complicato vivere sotto embargo e con l’economia in apnea, Cuba si ritrova ora nel mirino mediatico per motivi che sembrano usciti da un romanzo di spionaggio di bassa lega. L’ultima trovata? L’attenzione internazionale si sposta sulla presunta “adattabilità” cubana di fronte al gioco di potere globale, mentre l’alleato iraniano naviga acque turbolente senza alcuna considerazione.
Grazie a un’elegante danza diplomatica degna delle migliori soap opera, la Casa Bianca sembrerebbe negoziare segretamente con l’amministrazione cubana qualche cambiamento economico. Nel frattempo, il presidente Miguel Díaz-Canel sembra più impegnato a raccontare alla popolazione che l’unica vera priorità è “migliorare l’economia”. Ovviamente, senza menzionare che tutto ciò ha un tempismo politico perfetto.
Dallo scoccare della rivoluzione comunista nel 1959, la strategia di Cuba è stata una sola: sopravvivere adattandosi al mutevole scenario geopolitico. Un principio tanto semplice quanto tragicamente ironico, visto che la “sopravvivenza” spesso significa sopportare austerità e carestie sotto un velo di retorica rivoluzionaria.
‘Cuba si è appena comprata una finestra… stretta’
Nel tentativo di non affondare del tutto, Cuba ha introdotto misure da regime militare: razionamento del carburante per i settori chiave e protezione solo dei servizi essenziali. Naturalmente, Nazioni Unite aveva già prontamente avvertito di un possibile “collasso umanitario” imminente. Che novità.
Robert Munks, che con un titolo altisonante è capo della ricerca sulle Americhe per un’agenzia di intelligence, ha sintetizzato bene la situazione in una battuta amara:
“Cuba si è appena comprata una finestra – ma limitatissima.”
Il motivo? Con le attenzioni statunitensi ora rivolte alla campagna del Golfo, l’isola è temporaneamente tornata nel limbo dell’invisibilità politica. Ma tranquilli, si tratta solo di una pausa: non appena l’attenzione di Washington si sposterà, la passerella dell’attenzione tornerà accesa e rumorosa.
Del resto, la diaspora cubana nella florida South Florida non si farà pregare troppo per fare pressione sui politici americani, sempre pronti a tornare al gioco della “lotta contro il regime”.
Per adesso, il regime di Havana mantiene saldamente il controllo, ma ogni aggravarsi della situazione economica potrebbe generare proteste spontanee e improvvise. Naturalmente, quelle stesse proteste diventeranno la giustificazione perfetta per Washington di rimontare in pompa magna contro “il regime repressivo”.
Quindi, in sintesi: la “finestra” guadagnata da Cuba è tanto stretta da sembrare una fessura sotto la porta, e all’orizzonte si profila un altro round di tattiche della geopolitica dove le vittime sono sempre le stesse e i protagonisti recitano con maschere consolidate.



