Spagna e Stati Uniti stiano comunicando attraverso un gioco di “telefono senza fili”, quello dove il messaggio che parte è una cosa e quello che arriva è qualcos’altro. Dopo che la Casa Bianca ha annunciato trionfante che Madrid avesse finalmente detto sì a un’alleanza militare nel conflitto contro l’Iran, la reazione spagnola è stata un energico quanto sdegnato “no, grazie”.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha proclamato ai quattro venti che, nonostante finora le basi militari spagnole fossero off-limits per gli americani, qualcosa era cambiato all’improvviso. Peccato che il ministero degli Esteri spagnolo di Jose Manuel Albares abbia prontamente smentito, definendo le dichiarazioni della Casa Bianca semplicemente “false” e ribadendo la posizione ferma di Spagna: nessuna modifica, nessuna collaborazione.
Ah, e come ciliegina sulla torta, Donald Trump, evidentemente in vena di sceneggiate, ha minacciato Madrid di tagliare ogni legame commerciale, etichettando la nazione come “terribile” e lamentandosi che la sua difesa spende troppo poco. Il nostro energico premier Pedro Sánchez si è limitato a definire questa crisi mediorientale un vero e proprio “disastro”, riassumendo il suo pensiero in un meraviglioso e pacifico “no alla guerra”.
Sánchez si sta guadagnando una certa fama da critico implacabile dei bombardamenti di Stati Uniti e Israele contro Iran. Non contento, è uno dei pochi leader europei che ha anche puntato il dito contro la guerra di Israele a Gaza. Insomma, un pacifista che fa tremare i cortili della Casa Bianca.
Gli insulti di Trump e la sfrontatezza degli alleati
La storia dei leader europei presi di mira dal sempre galante Trump non è affatto nuova. Dopo Sánchez, sono stati nel mirino anche il britannico Keir Starmer, l’ucraino Volodymyr Zelenskyy e la danese Mette Frederiksen. Cos’hanno in comune? Tutti si sono azzardati a dire “no” o a dubitare delle intenzioni presidenziali americane. Qualcuno definirebbe questa una forma di indipendenza, altri semplicemente un modo per prendersi qualche insulto gratis. Arancha González, ex ministra degli Esteri spagnola, sostiene che chi mantiene la schiena dritta alla fine ne esce rafforzato. O, almeno, non rovinato completamente.
González, attuale Decana della Paris School of International Affairs (PSIA) a Sciences Po, si è concessa anche il lusso di una sferzata a Washington per la minaccia di un embargo commerciale contro la Spagna. Poi ha fatto notare una piccola chicca di economia: cosa diavolo si guadagna a tagliare i rapporti con un paese con cui si ha un superavit commerciale? Proprio una genialata, complimenti davvero. L’America si lamenta da sempre delle relazioni commerciali “disequilibrate”, ma qui, sorpresa, sorpresa, sembra essere il vincitore della partita.
Chiudiamo questa sinfonia di incomprensioni e minacce con l’ultimo tocco di ironia: l’Unione Europea, quella che decide la politica commerciale per tutti i 27 paesi membri, ha già fatto capire che la Spagna non potrà certo fare da sola la voce grossa con Washington. Insomma, le minacce di Trump sono più sceniche che praticabili, almeno nel mondo reale delle trattative internazionali.
Le borse europee e l’effetto solidarietà
Nonostante tutto il teatrino diplomarico, i mercati sembrano aver capito che la Spagna non è da sola in questa pantomima bellica. L’indice Ibex 35 di Madrid è stato il migliore della seduta a livello europeo, salito di circa l’1,2%, mentre il più ampio Stoxx 600 europeo ha faticato un po’ di meno, fermandosi a +0,5%. Forse un piccolo applauso per chi ha deciso che sottostare agli ultimatum di Trump non è sicuramente una strategia vincente.
Guntram Wolff, eminente economista e senior fellow del think tank Bruegel di Bruxelles, non ha peli sulla lingua: chi cerca di fare il bullo all’interno della NATO senza rispetto per i compagni d’alleanza sta giocando una partita persa. D’accordo sì, le posizioni possono divergere, ma il rispetto come alleati è d’obbligo, soprattutto ora che l’Europa ha imparato a fare fronte comune.
In definitiva, tra minacce poco credibili e accuse reciproche, l’impressione è che il teatro tra Spagna e Stati Uniti sia un perfetto esempio di come, nel mondo geopolitico contemporaneo, dire una cosa e farne un’altra sia ormai d’obbligo – almeno quando meglio si vuole impressionare l’opinione pubblica.



