Ah, la fuga dagli investimenti in credito privato: sembra una vera star del dramma finanziario, con il settore che si ritrova sotto i riflettori per le sue strutture meno liquide e la sua espansione fulminea nel magico mondo del patrimonio retail, ovvero quello dei comuni mortali. L’ultima grana? Blackstone, il gigante dell’asset management, è l’ultimo manager di fondi a imbattersi in una valanga di richieste di riscatto da parte degli investitori.
La società ha annunciato che onorerà il 100% delle richieste di rimborso nel suo mastodontico Blackstone Private Credit Fund, da 82 miliardi di dollari. Tutto ciò dopo che gli investitori hanno deciso di ritirare un record del 7,9% degli asset, ovvero circa 3,8 miliardi di dollari. Una tragedia? No, solo il naturale svolgersi degli eventi, specie se si pensa che solo il mese scorso Blue Owl Capital aveva sospeso i pagamenti trimestrali di liquidità ordinaria nel suo fondo di credito privato semi-liquido rivolto ai piccoli investitori americani, optando per pagamenti più… strategie.
Questa impennata improvvisa nelle richieste di riscatto sta finalmente mettendo sotto la lente d’ingrandimento il corteggiamento sempre più insistente del settore verso gli investitori al dettaglio, facendo venire alla luce la discreta follia di offrire accesso a beni non quotati e illiquidi con un sapore da prodotto retail.
“Una caratteristica, non un difetto”
Il colosso Blackstone — la più grande società di gestione alternativo al mondo con 1,27 trilioni di dollari in asset — ha deciso di aumentare la sua offerta di acquisto a coprire il 7% delle azioni totali, bilanciando il rimanente 0,9% con contributi propri e dei dipendenti, così da soddisfare tutte le richieste di ritiro. Da applausi, no?
Jon Gray, Chief Operating Officer e Presidente di Blackstone, con la sua tipica franchezza, ammette che il rischio che le società di credito privato non riescano a far fronte ai prelievi e, peggio ancora, che obblighino gli investitori a restare “bloccati” non è certo il massimo per il settore. Ma, ciliegina sulla torta, al programma CNBC Squawk On The Street ha ammesso che i singoli investitori e i consulenti finanziari “nella maggior parte dei casi capiscono il prodotto”.
“Quello che spesso non si capisce è che questi prodotti sono pensati come semi-liquidi,” ha dichiarato Gray. “L’idea che ci siano dei limiti è una caratteristica, non un difetto. Si sta semplicemente scambiando un po’ di liquidità in cambio di rendimenti più alti. È lo stesso compromesso che gli investitori istituzionali accettano da tempo.”
Tanta poesia per nascondere però chiari segnali di allarme. Le azioni dei gestori di asset alternativi quotati — inclusi Blackstone, Blue Owl, KKR, Ares Management e Carlyle Group — sono scese. Con incertezza dovuta alla qualità del credito in fase avanzata di ciclo, rischi legati all’intelligenza artificiale nei portafogli software e timori di ulteriori disastri simili agli implosi dell’anno scorso del First Brands e del Tricolor. Un vero festival dell’ironia finanziaria.
Nonostante ciò, Gray si ritiene confortato dalla bassa leva finanziaria dei loro prestiti, che offrono un premio più alto agli investitori e che definisce “un buon posto dove stare”. Il fondo BCRED vanta un rendimento del 9,8% dalla sua nascita, un dettaglio che indica che l’attuale sfida è più di liquidità che di performance.
È stata una vera e propria “tempesta mediatica” sul credito privato nelle ultime settimane, ha aggiunto Gray, giustificando così la cautela degli investitori.
Le agenzie di rating, come Moody’s, si sono sentite in dovere di ricordare quanto sia delicata la quadratura del cerchio: garantire rendimenti fuori misura mentre si tenta di offrire liquidità da prodotto retail. Marc Pinto, capo globale del credito privato in Moody’s, ha ammonito che i fondi potrebbero dover tenere una quota maggiore di asset liquidi ma meno redditizi per soddisfare la nuova clientela retail, un vero toccasana per i rendimenti.
Il grande voltafaccia e la dura realtà
Alla fine, gli asset sottostanti resteranno illiquidi a prescindere dalla struttura dei fondi, sottolinea William Barrett, socio direttore di Reach Capital, che gentilmente ci ricorda come il mercato retail dovrebbe aprire gli occhi e smettere di pensare ai prodotti di private credit come fossero innocui ETF.
“Gli afflussi nei mercati privati sono sempre stati dominati dal mercato istituzionale,” continua Barrett via email, con una punta di rassegnazione che arriva dritta al cuore. Dunque, benvenuti nel teatro dell’assurdo dove la liquidità promessa è un miraggio e i rendimenti allettanti fanno da esca a investitori ignari, nel grande casinò dei crediti privati.
Come se non bastasse l’eterna magia del settore finanziario, ora si scopre che il credito privato, quel gioiellino di nicchia dal rendimento succoso, sta lentamente cercando di farsi strada nel mondo delle masse. Oh, che svolta epocale! Barrett ci informa con la sua consueta prudenza via email: prima di aprire le porte al popolo bue, conviene testare la resistenza dei cosiddetti HNWI (High Net Worth Individuals, per i profani, quelli che hanno qualche soldo da parte) e degli “affluent di massa”. D’altronde, un bel salto a capofitto nel retail sarebbe un più che discutibile voltafaccia, tipo passare dal sofisticato al banale senza nemmeno un sospiro di dolore.
Sembra di capire che ci sia una delicata strategia di selezione: individuare i mercati giusti, sviluppare strutture di liquidità adeguate e, ovviamente, scegliere gli asset sottostanti che non facciano troppo i capricci. Finora, il credito privato si è comportato da bravo ragazzo, senza troppi scossoni nei portafogli, ma naturalmente “i prodotti semi-liquidi” – ovvero quelli che non si possono liquidare come una bottiglia di vino pregiato – sono i primi a mostrare qualche cedimento sotto pressione. Una novità sconcertante, senza dubbio.
Il paradosso della liquidità nel credito privato
Prendiamo ad esempio Blue Owl Capital e Man Group, questi magnanimi gestori globali, così attivi da far credere che il credito privato sia stata la loro prima fiamma. Ci tengono a precisare che i prestiti privati non sono certo come i biscotti da supermercato: sono fatti per essere tenuti fino alla scadenza, mica per essere venduti al miglior offerente. In altre parole, se vuoi tradare (cioè scambiare) questi prodotti sei fuori strada, perché la loro “non commerciabilità” è una caratteristica, mica una pecca.
Peccato che nel momento in cui i piccoli investitori si accorgono di tutto questo, la pressione per chiedere il riscatto (redemption pressure per i perfettini dell’inglese) aumenti. E qua arriva la ciliegina sulla torta: i gestori con grandi esposizioni a società “software-as-a-service” (SaaS) – sì, quei magici fornitori di servizi online – stanno tremando perché la nuova ondata di intelligenza artificiale potrebbe stravolgere completamente questi modelli di business, quelli tradizionali intendo. Un futuro radioso, non c’è che dire.
Andrew Weymann e Zeshan Ashfaque non fanno certo mancare il tocco finale con la loro nota da manuale del realismo finanziario: se i flussi di denaro dal retail rallenteranno e, soprattutto, se le richieste di ritiro aumenteranno, soprattutto nelle gestioni più esposte ai rischi dell’AI o con un consistente capitale retail, allora l’industria dovrà ingoiare un altro bel boccone amaro. Chi l’avrebbe mai detto?
In sintesi, stiamo assistendo allo spettacolo tragicomico di un settore che da anni si vanta di offrire stabilità e rendimenti sopra la media, ma che alla prima vera prova con il grande pubblico rivela toute sa fragilité. Più semi-liquido di così si muore, e sicuramente meno “retail friendly”. Insomma, benvenuti nel fantastico mondo del credito privato: esclusivo, illiquido, e ora… davvero adatto alle masse? Dai, siamo seri.



