Tensione a Milano, dove martedì pomeriggio, ai piedi del consolato degli Stati Uniti in zona Turati, un nutrito gruppo di circa 500 persone ha deciso di animare le vie con un presidio organizzato da Cgil, Anpi e Arci. Il motivo? Protestare con fervore contro l’“eroico” attacco militare scatenato da Donald Trump e Benyamin Netanyahu contro l’Iran. Appena si pensava che il mondo avesse abbastanza drammi, eccoci serviti con un mix di proteste, slogan e contraddizioni.
Come sempre accade, qualche personaggio poco entusiasta dello show di piazza ha deciso di fare la parte del guastafeste. Alcuni cittadini iraniani, appartenenti all’area monarchica dell’opposizione agli Ayatollah, sono stati tenuti a distanza da un nugolo di poliziotti, quasi a pena preventiva, mentre urlavano il proprio sostegno all’azione militare americana-israeliana. Tra le perle di saggezza spiccava un festoso “Trump thank you”, ovvero “Grazie Trump”. Un applauso.
Questi “monarchici” assicurano che l’attacco è stato un “aiuto”, probabilmente più utile di un caffè al bar nell’ora di punta. Nel consueto clima da stadio, qualche scaramuccia verbale ha avuto luogo con i manifestanti pro Iran, dove una ragazza italiana ha brandito con orgoglio la bandiera della Repubblica islamica – quella adottata dopo la Rivoluzione degli Ayatollah del ‘79 – per ribadire che a Onu e Stati Uniti non dovrebbe essere permesso di ficcare il naso. La nostra eroina non ha però resistito a sfidare i contestatori filo-scià, accusandoli di essere “collaborazionisti sionisti”, soprattutto per aver osato sventolare anche qualche bandiera di Israele. Perfetta coerenza e assoluta mancanza di contraddizioni.
“Guerra inaccettabile”, ma non stiamo con il regime
Dal palco si è levata la voce saggia e imparziale del presidente provinciale dell’Anpi, Primo Minelli, che ha tenuto a specificare, con la fermezza di un giudice del Reality, che il presidio non vuole essere un inno al regime. Anzi, il governo, ammonisce Minelli, dovrebbe stare alla larga da Trump, vista la lunga e “positiva” storia di rapporti dell’Italia con il Medio Oriente. Nessun rimpianto per il “regime sanguinario”, ovviamente, anzi in tempi non sospetti pcì hanno pure organizzato manifestazioni insieme alle ragazze iraniane contro la repressione. Ma attenzione: la guerra è “davvero inaccettabile”. Una posizione tanto chiara quanto una nebbia fitta su quale guerra sia esattamente da condannare.
Manifestanti pro Khamenei: contestiamo il senso comune
Nel frattempo, tra la folla si è fatto notare qualcuno che non ha perso tempo a smentire la versione ufficiale della Rivoluzione: un uomo vestito di convinzioni islamiche ha sfilato con la foto di Ali Khamenei, la “Guida suprema” ora in caduta definitiva, accompagnandola con un cartello che recitava “Khamenei is my leader” – citazione attribuita nientemeno che a Nelson Mandela. Ovviamente, secondo lui, “tutti lo amavano”. Un capolavoro di revisione storica in salsa teologica.
Non è mancata la voce di una militante, intervistata con entusiasmo da qualche telecamera, che ha ribaltato la realtà con la sicurezza dei grandi narratori: “Lui stava con gli oppressi, non era un dittatore, tutte bugie, tutta propaganda americana e israeliana.” Ecco, la solita dieta a base di fake news direttamente da chi dovrebbe invece conoscere un minimo la storia – o forse no. Perché niente dice meglio “credibilità” come sostenere che la Guida suprema di una teocrazia può essere un paladino della libertà.



