Tredici Pietro, figlio di Morandi, Leo Gassmann, figlio di Alessandro, LDA, figlio di Gigi D’Alessio. Che sorpresa: il recente Festival di Sanremo era praticamente una reunion di figli d’arte! Ah, dimenticavo: c’era pure Camilla Ardenzi a fare l’onore alla nonna Vanoni. Ma la vera chicca, un po’ defilata e lontana dal palco, la si trovava a SottoSanremo, la serie disponibile su RaiPlay: Anna Lou Castoldi, la figlia di Marco “Morgan” Castoldi e Asia Argento. Insomma, un piccolo nucleo familiare già pronto a raccogliere l’eredità artistica del nonno Dario Argento, maestro indiscusso dell’horror.
La presenza di Francesco Renga in gara ha fatto saltare l’idea di uno spin-off tutto teenage che avrebbe dovuto vedere protagoniste proprio Aurora Ramazzotti, Jolanda Renga e appunto la giovane Anna Lou. Alla fine il programma ha virato su altro, ma lei è rimasta saldamente nel progetto RaiPlay dedicato alla Generazione Z. Insieme a Elisa Maino e Nicole Rossi, è stata incaricata di intercettare gli under 20, facendo da ponte con il Festival più istituzionale: da un loft segreto sotto il palco dell’Ariston ha generato like, intervistato cantanti e offerto uno sguardo ironico, giocoso e decisamente più giovane sull’evento.
Anna Lou Castoldi racconta:
«Sono partita senza grandi aspettative. Era una proposta che mi faceva uscire dalla mia comfort zone, sfidando paure e insicurezze per scoprire nuove possibilità espressive.»
Ventiquattro anni compiuti, un passato da finalista a Ballando con le stelle 2024 e qualche esperienza nel cinema e nelle serie tv, diretta dalla stessa mamma in “Incompresa” e nel cult “Baby”, per Anna Lou questa è stata la primissima volta come conduttrice. O meglio: co-conduttrice.
«Con le altre ragazze c’è stato immediato affiatamento. Io, che non sono proprio un tipo facile a fare amicizia, ho trovato un’empatia sorprendente. Forse perché siamo così diverse: ciascuna incarna una sfaccettatura diversa della nostra generazione».
Nel cast c’era l’influencer (Maino), la creativa (Rossi) e lei stessa. Quale parte della Generazione Z pensa di rappresentare?
– «Onestamente, le etichette oggi contano sempre meno e le culture si mescolano indefinitamente. Goth, punk, heavy metal… una volta servivano a definire un’identità, oggi sono un vestito troppo stretto. Se dovessi scegliere, direi “alternativa”: qualcuno con una personalità fuori dagli schemi, lontano dalla noiosa normalità».
Radici e ambizioni tra musica e recitazione
Un vero concentrato di famiglie d’arte, quelle di Anna Lou, che può vantare radici in due mondi molto diversi: l’arte recitativa (dal lato Argento) e la musica (dal lato Castoldi). Inevitabile chiedersi quale delle due strade prevalga, in questa giovane vita tutta piena di stimoli.
Lei non ha dubbi:
«Ora come ora è la musica a dominare. Sono una dj, adoro suonare la mia musica dal vivo. Quell’attimo in cui puoi esprimere liberamente ciò che ami e condividerlo con gli altri è semplicemente elettrizzante: mi fa sentire viva. Sto studiando produzione elettronica. E non porto affatto le orme di papà in questo campo: la mia musica è distante anni luce da quella di Marco. Detto ciò, c’è una cosa che tengo a sottolineare».
Quale?
«Mamma mi ha trasmesso una cultura musicale enorme. Nel campo della recitazione, sebbene alcune esperienze, non mi sento granché portata, o quantomeno non all’altezza. Quando mi guardo allo specchio, vedo — beh, non proprio me stessa ma…»
«Nonna Daria!
Nonostante non ci sia più, la sua presenza si sente forte. I nonni sono una specie in via di estinzione ma dovrebbero essere un patrimonio dell’umanità: un tesoro di esperienze, di salvezza per il mondo.»
Chi l’avrebbe mai detto, vero? Tra serie tv, musica, influencer e parentele vip, la genialità sembra passare di nonno in nipote, e magari a forza di errate aspettative e conforto di chiacchiere social, questa nuova generazione troverà pure un modo per sopravvivere nel caos apparente di un mondo che cambia. Per fortuna c’è chi la cultura musicale ce l’ha negli occhi e non nelle cuffiette spinte a mille.
Un nonno famoso per i suoi film horror? Che sorpresa, un tenerone nascosto dietro l’ombra di mostri e incubi. «Un gran simpatico, l’amore del nonno è qualcosa di indescrivibile. Se ho un problema o una curiosità, è proprio a lui che corro. Non ci si crede, ma è un nonno classico», racconta con la meraviglia di chi scopre che il mostro sotto il letto forse è solo un nonno.
E con i suoi genitori, come va? «Mamma mi dà una forza che manco un power-up. Sono una mammona confessata. Abbiamo condiviso una vita intera sotto lo stesso tetto, ora viviamo a tre minuti di distanza – perché mica voglio rinunciare al check giornaliero. Ci sentiamo più volte al giorno, soprattutto dopo tre settimane di Sanremo, durante le quali mi sono sentita vittima di un mal di casa da manuale…». Eh sì, la nostalgia si fa sentire anche quando intorno c’è il caos scintillante di una kermesse musicale.
Sanremo, quindi. Come ha trovato questa favolosa cittadina che si trasforma nel circo della canzone italiana ogni anno? «Mai mise piede prima, e la trovo divertente in bilico tra la sua calma provinciale all’inizio e l’assurda metamorfosi in un luogo sovraffollato e quasi isterico, dove tutti corrono come se fosse l’ultimo treno della vita. Anch’io, mentre parliamo, mi affanno a raggiungere il posto per un’intervista. Lo spettacolo deve continuare!».
Il fascino irresistibile di SottoSanremo
Le sono piaciuti quegli spazi a lei dedicati a SottoSanremo? «Gli autori adesso possono vantarsi di avermi cucita addosso un format su misura. Mi piace stare a contatto con la gente, le interviste in strada sono un campo minato di ironia con risposte che spiazzano. Quanto all’arte divinatoria dei tarocchi, che uso per leggere i nostri ospiti, diciamo che non sono una veggente, ma la curiosità c’è. E poi adoro quelle chiacchierate esistenziali ed etiche con i cantanti: scoprire che ogni individuo è un caleidoscopio di sfaccettature spesso inaspettate è un piacere intellettuale.»
E chi l’ha sorpresa di più? «Dargen D’Amico. La sua intervista è stata una miscela sublime di profezie, filosofia e pura esistenza. Che esperienza!».
Adolescenza travagliata o solo un cliché?
Si dice che la sua adolescenza non fosse da favola. «Età terribile, certo. Ma non siamo in esclusiva: tutti ne passano di cotte e di crude. Io, però, ho fatto un viaggio interessante dentro i miei sentimenti: cambiamenti, paure, insicurezze. Soffrivo di dismorfofobia, mi vedevo brutta e sbagliata. Il bullismo ha solo fatto da acceleratore a questo cocktail amaro.»
Per fortuna, miracoli della terapia, dopo tredici anni ho scelto di accettarmi. «L’aspetto fisico è diventato un dettaglio insignificante rispetto a quei quattordici anni in cui cercavo un ideale di bellezza imposto da qualcuno che non ero io. Essere se stessi? Una rivoluzione.»
Social media: il bene più tossico
Come si comporta con i social, quei dispensatori di ansia sulle apparenze? «Sono progettati per renderci schiavi. Quindi, ho deciso di starne lontana come dalla peste. Ho un account Instagram invisibile ai più, dove spargo solo la mia arte e lavoro. Non vendo me stessa perché non ho intenzione di diventare dipendente da una continua approvazione virtuale. E non ho problemi a lasciare il telefono spento o in un’altra stanza, anche per giorni». Sicuramente un esempio da imitare in questo mare di stalking digitale.
Esperienze professionali: mattoni nel muro dell’esistenza
Quale esperienza l’ha segnata di più? «Come cantano i Pink Floyd: “All in all it’s just another brick in the wall”. Ogni esperienza è un mattoncino che costruisce il muro della vita. Le cadute, le vittorie, le scene dietro le quinte: tutto serve per creare chi siamo davvero.»



