«Mi sono risvegliato capovolto. Non ho idea se fossi svenuto per pochi secondi o per minuti», confessa Pietro Daniele, 28 anni, fisico di professione. Il padre, realistico come un bollettino di guerra, sussurra: «Mi hanno detto che sei rimasto così per due ore». Il nostro eroe era incastrato a 30 metri di profondità, come un topo in trappola, tra le pareti di ghiaccio di un crepaccio che si tuffa nel buio per almeno altri dieci metri, poggiando su un letto di roccia che definire comodo sarebbe un eufemismo. Sotto di lui, nascosto da curve in un labirinto bianco scolpito dal vento, c’era il suo compagno di cordata, Rodolfo Franguelli, 61 anni. Ancora prigioniero lassù, in un incanto trasformato in incubo.
Sabato pomeriggio, povero Pietro, è rimasto ad arrancare tra le pareti dell’ospedale Parini di Aosta, nella luminosa stanza della medicina d’emergenza. E Rodolfo? Ah, quello l’aveva dato per disperso in superficie, ovvio, come se il ghiacciaio fosse un parcheggio. In quelle due ore da pozzo nero, non lo ha né visto né sentito. Ai finanzieri di Cervinia che gli chiedevano fatti, ha raccontato: «Ho creduto di sentire una voce chiamarmi mentre ero lì sotto, pensavo fosse Rodolfo». Ora, con un filo di speranza o forse solo confusione da trauma, ammette: «Mah… Non credo che qualcuno mi abbia chiamato, il primo suono nitido che ho sentito è stato l’elicottero».
Rodolfo è ancora lì, intrappolato nel ghiaccio a circa 35 metri nel crepaccio del ghiacciaio del Garstelet, a 3.900 metri, ai piedi della Piramide Vincent, un 4.000 del Monte Rosa. Sembra di leggere la trama di un film horror malriuscito: le speranze che possa essere sopravvissuto a quel volo che l’ha incastrato come un cuneo tra le pareti strette appartengono a una fantascienza disumana.
Un crepaccio ospitale, ma solo se ti piace il lutto
I due sci alpinisti, entrambi di Gallarate, sono finiti inghiottiti da questo gigantesco organo di morte con un’apertura appena più larga di 80 centimetri. Tutto questo eroismo per salvare un francese di 30 anni, Theo Jules Louis Mancini, proveniente da Chambery, che era lì con altri due connazionali a scivolare sul ghiacciaio del Garstelet. Improvvisamente Theo sparisce, una sparizione da manuale che sveglia l’ansia nei compagni, non molto distanti dal gruppo di sei italiani, tra cui i nostri eroi Pietro e Rodolfo, tutti rigorosamente del Varesotto. Naturalmente, viene chiesto aiuto, perché cadere lì dentro non è esattamente un picnic.
Theo si è ritrovato nel ghiaccio per circa 15 metri, rallentato solamente da pareti strette degne di un sogno dell’orrore. E indovinate un po’? Anche lui adesso se la gode in pronto soccorso al Parini. Ha un occhio pesto, la pelle che pare bruciata, un ginocchio dolorante e una vertebra rotta. Quindi, non proprio il soggiorno di lusso, ma almeno è vivo. Con ironia da duro dice: «I soccorritori sono stati straordinari. Sa, bravissimi. Ma mi saprebbe dire come stanno gli italiani?»
La dura bellezza del Monte Rosa, cuore di tragedie
Ignaro del destino del suo amico Rodolfo, Theo si aggrappa a quel poco che rimane della lucidità. La notte sul Monte Rosa è stata teatro di una tempesta di vento che ha di fatto bloccato ogni tentativo di salvataggio aereo; un mare di nubi a 2.000 metri ha trasformato il cielo in una prigione senza uscita. Il nostro francese, con una mano che cerca il proprio volto e un sussurro di “mon Dieu”, comprende finalmente che uno dei suoi soccorritori è ancora incastrato da qualche parte nel ghiaccio.
Confuso, preoccupato per il destino degli «italiani», racconta a fatica quel momento in cui è precipitato. Ma chiedersi cosa stia realmente succedendo sembra un lusso, tra dolori, traumi e l’indifferenza glaciale di quelle montagne che non perdonano. Perché quando il ghiaccio si chiude, il caso e la sfortuna fanno da cinici registi a uno spettacolo atroce e crudele.
Che splendida giornata per andare a scivolare giù da un crepaccio, vero? Uno dei nostri eroi ha avuto la brillante idea di fare una telefonata, probabilmente per lamentarsi del panorama, mentre catturava in foto il suo punto di non ritorno: un buco in alto da dove è precipitato. E indovinate? I suoi compagni, con il fiuto di Sherlock Holmes, hanno scovato quel baratro nevroso in men che non si dica.
Pietro Daniele racconta la sua epica impresa da eroe sfortunato: «Ci siamo divisi in comodi duetti. Io e Rodolfo ci siamo tolti gli sci e infilati i ramponi, pronti a garantire la sicurezza delle soste. Eravamo a circa quindici metri da dove era caduto il povero francese e, poi… il vuoto totale. Non ricordo molto tranne che ero a testa in giù quando sentii l’elicottero. Il mio cervello ha fatto crash. Una gamba mi faceva un gran male e, per non smentirmi, con quei benedetti ramponi mi sono pure tagliato il polpaccio destro, carezza che mi hanno poi cucito. Quello che so per certo è che ho definitivamente deciso: mai più ghiacciai nella mia vita.»
Tra segni evidenti di violenza glaciale sul lato destro del volto e costole minacciate dalle conseguenze del volo, Pietro ha sperimentato in prima persona lo choc indotto dal sentirsi schiacciare tra pareti di ghiaccio. «Ero imprigionato, tiranneggiato da quelle due fredde piastre di ghiaccio. L’unica attività a cui ero autorizzato era respirare».
Nel frattempo, un coro di elicotteri ronzava sul ghiacciaio, come una sinfonia macabra: ben nove uomini, fra valorosi del soccorso alpino valdostano, di Alagna, e militari della Guardia di Finanza di Cervinia e Alagna stessa, si dividevano il compito di liberare la piccola trimurti di sfortunati caduti nel crepaccio. Un autentico lavoro da equilibristi su pareti scoscese e inghiottite da una montagna di neve.
Le guide — evidentemente dotate di nervi d’acciaio — si calavano con destrezza: una per il francese, l’altra per Pietro. Peccato che Theo fosse un po’ fuori codice di sicurezza senza imbragatura; così hanno dovuto inventarsi un accessorio povero di glamour ma pieno di funzionalità, una sorta di culatta, da fargli passare tra le gambe per poterlo issare senza tragedie aggiuntive.
Pietro ricorda quasi con tenerezza quella voce angelica che gli prometteva salvezza: «Ho sentito una voce che diceva ‘arriviamo’. Pochi istanti dopo è comparsa proprio dietro di me e mi ha legato». Peccato che per Rodolfo la manovra sia stata più ostica: la sua corda è stata agganciata a un argano in superficie per tentare di tirarlo su.
Il direttore del soccorso alpino valdostano, Paolo Comune, ha offerto il sunto della disperata situazione: «Non siamo riusciti a muoverlo nemmeno con la forza titanica del baricentrico, l’argano dell’elicottero, che tirava con ben 600 chili di potenza. Lo scialpinista era incastrato, impossibile spostarlo. Abbiamo dovuto fermarci, troppo rischioso. Ora ci serve solo tempo e condizioni climatiche più clementi, assenza di vento e temperature più alte, prima di poter pensare di scavare quel tunnel che pare tanto un invito all’Inferno.»
Il dramma nascosto sotto la neve
Quanto basta per ricordarci che la montagna, per quanto bella e affascinante, rimane una matrigna implacabile e crudele con chi osa sfidarla senza il minimo rispetto delle regole di sicurezza. Tra chi fraintende la propria esperienza, chi sottovaluta il pericolo e chi, semplicemente, sfortunato, finiscono inevitabilmente per pagare pegno. Un carosello di tragedie evitabili, sempre con il ghiaccio come pubblico silenzioso e impassibile.
Insomma, una storia che sa di raccomandazione per tutti gli amanti dell’alta quota: lasciatevi i selfie per le spiagge assolate e risparmiatevi la tortura di un volo e mezzo in un crepaccio. Il ghiacciaio è un teatro di battaglia dove non esistono comparse né scene di comodo. Se non si sta attenti, si rimane semplicemente schiacciati.



