In Italia esistono solo due tipi di persone: quelli che ammettono di canticchiare “Per sempre sì” e quelli che, con una pervicace onestà tutta italiana, mentono spudoratamente. La canzone popolana e nazional-popolare di Sal Da Vinci ha infatti fatto miracoli quasi insospettati, conquistando un consenso tanto vasto da spianargli la strada verso una vittoria al Festival di Sanremo che – sorpresa delle sorprese – nessuno si sarebbe aspettato.
Un trionfo così consolidato che ha ridisegnato la classifica e riscritto le pagelle, portando ciò che era un semplice brano melodico a iconico in men che non si dica.
La contraddizione italica del consenso unanime
Come sempre, sotto il superficiale manto di un’armonia quasi inspiegabile, si cela un’aria di paradosso tipicamente italica: un consenso così ampio verso una canzone che parla appunto di “Per sempre sì”, un’affermazione ironicamente eterna, fa quasi tenerezza. Sì, perché di questi “per sempre” si sa che l’Italia è maestra nel rimangiarseli con eleganza e soprattutto con grande creatività dialettica e politica.
Non stupisce, dunque, che dietro le quinte del festival si aggirassero più di qualche dubbio e qualche occhio torvo, pronti a smascherare la realtà dietro l’apparente unità canora: chi sarebbe così onesto da confessare di non amare questa hit? Nessuno, ovviamente. La recita collettiva di cantare con il sorriso ci ha trasformati negli attori principali di un teatro collettivo del consenso, dove le contraddizioni diventano quasi motivo di orgoglio.
Quando la musica diventa specchio della politica
Se la vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo è in grado di raccontarci qualcosa più di un semplice successo musicale, è il fatto che in Italia possiamo accettare, con un certo orgoglio, una verità condivisa che in fondo è solo una facciata. Questo è esattamente lo specchio perfetto della nostra classe politica: un accordo che appare solido come una canzone O(timisticamente) eterno e, al tempo stesso, fragilissimo e sempre pronto a sgretolarsi al primo soffio di vento.
D’altronde, cosa sarebbe il Paese senza un bel “Per sempre sì” da cantare, anche se tutti sappiamo che “per sempre” dura giusto lo spazio di qualche battito di applauso? Una metafora troppo gustosa per lasciarla scappare: mentre si alzano le note, si alzano le maschere. E i veri cantanti di questo vaudeville restano quelli che si mascherano da elettori disincantati ma in realtà stravedono per questi beceri e irresistibili ritornelli nazionali.



