Oh, l’arte del declino: la serata dedicata alle cover del Festival di Sanremo ha brillantemente raggiunto una media di 10 milioni e 789 mila spettatori su Rai1, portando a casa un onorevole 65,6% di share. Un risultato che, a prima vista, potrebbe sembrare un trionfo, ma se si dà un’occhiata al passato recente, l’entusiasmo diminuisce più del gelo tra un verso retrò e l’altro.
Per paragonare con stile, nel lontano, quasi mitologico 2025, i duetti della quarta serata sotto la sapiente guida di Carlo Conti attiravano una folla ben più numerosa: 13 milioni e 575 mila spettatori, con uno strabiliante 70,8% di share. Ma non è solo una questione di numeri, è un’epopea di decrescita che fa venire nostalgia per il passato in cui un duetto era un evento, non un tentativo di sopravvivenza dello showbiz.
Spezzando la serata nella sua gloriosa fragilità, la prima parte, che si è protratta dalle 21:43 alle 23:37, ha raccolto 14 milioni e 39 mila spettatori con un modesto 64,4% di share. La seconda parte, invece, quella che dovrebbe mantenere viva la scintilla nell’ombra delle ore più oscure, dalle 23:42 all’01:41, ha attratto appena 7 milioni e 519 mila spettatori, ma con quella curiosa impennata al 67,9% di share – forse più per sopravvivenza che per vera passione.
Per quelli che amano le sfide statistiche degne di un colpo di scena nel melodramma, l’anno scorso la prima parte della quarta serata degli innamorati della canzone aveva radunato addirittura 16 milioni e 700 mila spettatori, con un solido 69,2% di share. La seconda? Un esodo pacifico a 9 milioni e 900 mila, ma con un favoloso 74,1% che farebbe arrossire qualsiasi campagna elettorale.
Il lato oscuro degli ascolti
Scherzi a parte, questi numeri ci raccontano una triste novella in cui l’epopea sanremese, un tempo regina indiscussa delle serate italiane, sta iniziando a dimagrire davanti ai nostri occhi. Forse la formula delle cover, questo mix di nostalgia e pigrizia creativa, non fa più breccia nel cuore di spettatori sempre più esigenti o semplicemente annoiati dal déjà-vu ripetuto.
E allora ci si interroga su cosa resti dello spettacolo, se non la coperta di numeri altisonanti con cui coprire ogni fuga di spettatori. Il festival, infatti, rimane uno degli eventi più seguiti in Italia, ma la perdita progressiva di pubblico pone un dilemma amletico sul futuro stesso del programma; più che una scalata verso l’olimpo televisivo sembra un lento scivolare verso la mediocrità.
Il pubblico, forse stanco delle solite facce e delle solite canzoni rimaneggiate, pare scegliere la via della fuga verso l’ignoto del binge-watching o la compagnia di uno smartphone durante le pause pubblicitarie. E chissà che anche la Rai non inizi a chiedersi se sia il momento di rimettere mano alla formula o semplicemente ammettere che il Festival ha perso lo smalto del passato, nonostante l’apparenza brillante dei dati aggregati.
Un’epoca che cambia, o solo un’illusione?
Intanto, leggiamo tra le righe: la prima parte della serata funziona meglio perché il pubblico è ancora fresco, affamato di emozioni (o semplicemente non ha ancora realizzato che sta per assistere a un remake stanco). La seconda parte, nel mezzo della notte, lascia spazio a quella nicchia di irriducibili appassionati o a chi semplicemente si ostina a sopravvivere fino alla fine.
Ma ammettiamolo: in questo mondo fatto di streaming, social e milioni di alternative, la classicità di Sanremo potrebbe essere diventata un dinosauro costretto a fare il tifo per se stesso e a sperare in un miracolo di rinnovamento – o di pubblico. Magari il 2026 ci regalerà nuovi numeri e nuovo entusiasmo, oppure vedremo solo un lento e agghiacciante parlarsi addosso tra canzoni vissute e ascolti calanti.
Per ora, però, il quadro è chiaro: i grandi numeri sono solo un brandello di gloria passata, e la realtà dei fatti è che dietro l’angolo c’è sempre l’ombra della saturazione. Il Festival, insomma, si tiene stretto il suo palcoscenico, ma il pubblico sembra già essersi svestito del mantello del fan entusiasta.



