Scavuzzo sogna il trono di sindaca ma aspetta il via libera degli altri come se fosse una riunione di condominio

Scavuzzo sogna il trono di sindaca ma aspetta il via libera degli altri come se fosse una riunione di condominio

Ah, le Olimpiadi sono passate, e ora Milano si ritrova a guardarsi allo specchio chiedendosi: “E adesso, che facciamo?” Perché certo, l’onda mediatica svanirà, ma quel gran pasticcio chiamato urbanistica milanese continuerà a tormentare i pensieri di chi ancora crede nel concetto di città vivibile. Nel frattempo, a Palazzo Marino giocano a fare gli equilibristi tra crescita sfrenata e quella vecchia fandonia dell’inclusione sociale.

La sfida vera non è più costruire palazzi svettanti o centri commerciali degni di un film distopico, ma rendere la città realmente accessibile a tutti. E quando dico tutti, intendo proprio tutti, non solo chi guida un suv da 80 mila euro o chi gestisce il suo coworking hipster con latte di mandorla in mano.

Tra Sogni Urbanistici e Realtà Molto Meno Glamour

Il piano urbanistico? Ah, quello che doveva essere la Bibbia di Milano post-Olimpiadi si sta trasformando in un manuale di come complicare la vita a residenti e pendolari. Spazi verdi? Ok, se riescono a recuperare qualcosa tra un cantiere infinito e l’altro. Trasporti pubblici efficienti? Magari, se non chiediamo troppo. E inclusione sociale? Pare più una battuta da cabaret.

Milano vorrebbe essere all’avanguardia, città aperta, dinamica e “per tutti”. Peccato che nella pratica ce la stiamo giocando a chi esclude di più. Case popolari? Troppi progetti rimasti sulla carta. Accessibilità per disabili? Quella vera sembra quasi una chimera. Servizi per anziani, famiglie con bambini, giovani precari? I classici fantasmi della città che non si vedono mai in nessun piano ufficiale ma vivono benissimo nella realtà quotidiana.

Palazzo Marino: Dove il “Per Tutti” Diventa una Formula Magica da Ripetere a Vuoto

A Palazzo Marino tirano fuori l’espressione “città per tutti” come fosse un mantra salvifico, senza mai fermarsi a chiedersi se le politiche messe in campo siano più inclusive di un club privato a iscrizione riservata. Il tutto mentre le periferie languono, i commercianti arricciano il naso e le infrastrutture latitano come se fossero ospiti indesiderati.

Non che la cosa sorprenda ormai qualcuno. Milano, la capitale morale (si fa per dire), è bravissima a vendersi nel mondo come modello di sviluppo, mentre all’interno si dimentica di chi non può permettersi un aperitivo in Brera o un biglietto per il Teatro alla Scala. Ma ehi, i selfie con i campioni olimpici sono stati a Portata di Like, e questo conta, no?

L’Accessibilità: Non Solo Rampe ma Buon Senso

Se anche il grande sogno di una Milano accessibile si limita ad aggiungere qualche rampa qua e là o qualche ascensore ipotetico, allora siamo messi male. Accessibilità non è solo abbattere barriere architettoniche, ma anche culturali e sociali. Significa servizi pubblici che non abbandonano nessuno, trasporti che funzionano anche il sabato sera, spazi di socialità che non escludano chi non ha un conto in banca luccicante.

Perché è facile proclamare amore universale davanti alle telecamere. Meno facile è mantenere quelle promesse quando le luci si spengono e restano solo traffico, smog e l’eterna solitudine dei milanesi meno fortunati.

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