Bimbo di 5 mesi muore e la solita autopsia più l’esame della mamma rischiano di smascherare il fantomatico mistero

Bimbo di 5 mesi muore e la solita autopsia più l’esame della mamma rischiano di smascherare il fantomatico mistero

Il gioco al massacro, pardon, la ricostruzione degli eventi si basa su un’attenta misurazione del tempo intercorso tra l’ignoto momento in cui è accaduto qualcosa al povero bimbo e quella telefonata, semplice ma cruciale, della madre che ha finalmente deciso di allertare i soccorsi. Nel frattempo, si studiano con cura le orribili ferite sul corpicino, cercando di trasformare quell’orrore in un dato scientifico. Sul campo, a Pessione di Chieri, la mattina di sabato si cerca di mettere insieme tutti i pezzi possibili, tra testimonianze più o meno attendibili e indizi che qualcuno spera di far parlare.

Le indagini si fanno sempre più fitte attorno al bambino, purtroppo arrivato in ospedale Regina Margherita con condizioni così gravi da lasciar poco spazio a speranze. Oggi è previsto il gran momento della prima consulenza tecnica, ovvero l’autopsia, perché si sa, senza l’autopsia niente indagine che si rispetti può considerarsi credibile. La pm Alessandra Provazza tiene il timone e attende con ansia, se mai la parola “ansia” possa abbinarsi a simili circostanze, i risultati che potrebbero svelare i misteri di questa tragedia. Presenti anche i due consulenti medici legali: quello nominato dalla procura, Roberto Testi, e il bravo difensore della mamma, Lorenzo Varetto, che non vuole certo farseli scappare.

Autopsia: la bacchetta magica o solo un’altra illusione?

Il mondo medico-legale è già in fermento, con pareri contrastanti a profusione: qualcuno spera che l’autopsia sveli finalmente cosa è successo, altri temono che questa danza di bisturi non farà che ripetere quello che si sapeva già, cioè “trauma cranico, addominale e toracico”. Che sorpresa! Il piccolo, nel suo breve e maledetto viaggio, è stato sottoposto a una sfilza di esami e osservazioni da quando era in coma, così gli investigatori hanno già un quadro abbastanza fosco da poter lavorare. Ora si tratta di incastrare quel quadro con gli indizi tratti da casa: macchie, oggetti, qualche parola letta su un cellulare sequestrato alla madre e testimonianze sparse come briciole in un bosco. Un lavoro certosino che però rischia di restare solo una scena di teatro tragico.

La versione della mamma: il malore fatale e la caduta scenica

La madre, star involontaria di questo dramma, ha fornito una versione semplice e lineare, come solo chi è sotto pressione sa fare. “Ho avuto un malore e il bambino mi è caduto di mano”, racconta agli investigatori, ricordando un blackout mentre saliva le scale. “Non ricordo nulla, mi sono ritrovata in fondo alle scale e ho visto che il mio bambino non respirava più. Ho chiamato subito i soccorsi.” Una favola tragica, ma quanto è vero? La donna è stata ascoltata prima come testimone, quando la situazione non era ancora così compromessa e l’ipotesi di omicidio colposo ancora non aleggiava minacciosa.

In ospedale la signora è stata visitata da mani esperte, in cerca di lividi e segni che potessero confermare la caduta. Nulla di evidente, si dice, e quando le è stata offerta una Tac, l’illuminata ha declinato gentilmente l’offerta. Ognuno ha diritto di dire “no”, si sa, anche se per gli inquirenti quei “no” restano mattoncini da incastrare in un puzzle già abbastanza inquietante. Se almeno volesse aiutarci a capire, penserà qualcuno con sarcasmo.

Il piccolo fratello e la scelta “illuminata” dei giudici

La famiglia, così difficile e dolorosa, è composta da una madre sola con due figli: il piccolo che ha subito la calamità e un fratellino di appena cinque anni, probabilmente troppo giovane e fortunato da non aver assistito direttamente all’evento. Il bambino è stato comunque ascoltato con tutte le cautele del caso, perché si sa, i più piccoli sono spesso depositari innocenti di verità più grandi di loro.

Ma i giudici del tribunale per i minorenni hanno deciso, con la solita sensibilità che contraddistingue il sistema giudiziario, di affidare il piccolo a dei nonni, forse più attrezzati a sopportare questo carico di “debolezza” genitoriale. Per non far vivere al bambino l’inferno della casa stessa dove è accaduto l’irreparabile. Una scelta che fa quasi sorridere per la sua ovvietà, ma che rivela una triste semplicità: lì dentro la normalità è già morta da tempo.

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