Sanremo parte col botto: applausi, sfracelli e guai in combo che non ti aspetti

Sanremo parte col botto: applausi, sfracelli e guai in combo che non ti aspetti

Nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale dovrebbe correggere ogni minima imperfezione, un refuso regala quasi un soffio di umanità. Imperfetto, goffo, autentico. E così, nel momento più solenne della serata, mentre l’Ariston celebra gli 80 anni della nostra amatissima Repubblica, ecco spuntare sul ledwall una simpatica svista: “Repupplica”. Due “p” in più, una perla di distrazione che trasforma la storia in un enorme gioco di parole. Il trionfo della tecnologia maldestra, fragile e fin troppo terrena.

Questo capolavoro di editing avviene durante l’intervento di Gianna Capaldi Pratesi, sorprendentemente 105 anni, di Chiavari, presentata da Carlo Conti come “ospite d’onore del Festival”. Sullo sfondo, scorrendo in bianco e nero, scorrono immagini del 1946, quel fatidico 54% di voti che decretò la nascita della Repubblica italiana. Poi l’inevitabile, gigantesco errore grafico: la “Repubblica” si trasforma indelebilmente in “Repupplica”. Un cortocircuito memorabile tra solennità e inciampo. Come dire, celebriamo la Repubblica ma sbagliamo a scriverla: perfetto, no?

Memoria tra applausi e papere digitali

La vera magia della serata però non risiede nell’errore, bensì nel tripudio di memoria e omaggi. Si parte con Pippo Baudo, la voce che più di ogni altra ha fatto dell’identità del Festival un vero e proprio stile di vita. Un ricordo rispettoso, lontano da ogni retorica inutile. Inutile e, sì, struggente: è il primo Sanremo senza di lui, eppure la sua impronta si sente, si respira. È come una grammatica condivisa di quel palco, il suo modo di dominare la scena, di narrare in equilibrio tra spettacolo e popolarità.

Segue il tributo a Beppe Vessicchio, mito vivente dell’Ariston, direttore d’orchestra che è diventato simbolo di silenziosa competenza e rigore. Non un ricordo da meme, ma un autentico riconoscimento a chi ha trasformato anni di Festival in qualcosa che vada oltre la musica commerciale e trap. Qui si celebra un mestiere, si accarezza una storia che ha accompagnato generazioni di canzoni – perché sì, un uomo con la bacchetta vale più di mille effetti speciali.

Nonna Gianna: democratica d’altri tempi

Tra questi ricami storici emerge la figura di Gianna Pratesi. La sua vita è un romanzo del Novecento raccontato con discrezione assoluta. Figlia di antifascisti che, si sa, non scherzavano: un padre nascosto per non piegarsi alle dittature, un fratello scampato alla fucilazione per miracolo. Poi la fuga dalla patria verso la Scozia, vent’anni passati dietro un bancone di gelati, la fatica, le difficoltà dell’emigrazione e infine il ritorno a Chiavari.

Il culmine? Quel 2 giugno 1946, quando a 26 anni fu tra le prime donne a esprimere il proprio voto. Mettere una donna come lei sul palco dell’Ariston per festeggiare 80 anni di Repubblica è un gesto che ricorda a tutti noi che la democrazia non è uno sfondo illuminato, ma un’azione quotidiana: infilare una scheda nell’urna, scegliere quando scegliere era una conquista appena ottenuta.

Ma, tristemente, a spopolare sui social sembra più il lapsus “Repupplica” che la Repubblica stessa. Un errore grafico, in un mondo ossessionato dalla perfezione digitale, riesce per qualche ora a oscurare il senso profondo della storia raccontata. Forse, questa piccola debacle dice molto più del nostro tempo: siamo velocissimi a scovare l’errore e lentissimi a trattenere la memoria vera.

Due Sandokan a confronto, un uomo e un mito

E poi, dulcis in fundo, la tv decide di giocare con la sua stessa storia. Un abbraccio tra epoche, tra generazioni e tra due Sandokan. Quello originale, Kabir Bedi, arriva all’Ariston a distanza di cinquant’anni dalla serie cult diretta da Sergio Sollima, tratta dai romanzi di Emilio Salgari. Al suo fianco c’è Can Yaman, l’attore turco che ha riportato in vita l’eroe malese sul piccolo schermo.

In uno spettacolo che dovrebbe farci sorridere ma anche amare un po’ di più il nostro passato, Yaman compie un gesto antico, quasi cavalleresco: bacia la mano destra di Bedi e la porta alla fronte, rendendo omaggio al mito che ha cavalcato.

Kabir Bedi dichiara:

“Cinquant’anni fa non avrei mai immaginato di essere qui per festeggiare i 50 anni di Sandokan, grazie per aver reso leggendario il mio Sandokan.”

Segue il confronto tra le due iconiche scene dell’uccisione della tigre, passato e presente fianco a fianco, senza gare ma con eleganza e continuità. Peccato solo per la palese stonatura di un Carlo Conti in versione “Carlokan” – chiara dimostrazione che certe rivoluzioni non sempre fanno centro.

In questi spezzoni il Festival tocca il suo apice: non si limita a celebrare per inerzia, ma crea dialogo tra epoche, donne e uomini che appartengono a mondi molto diversi ma condividono almeno una cosa: l’icona, la leggenda.

Tutto fa la sua parte: il refuso resta un innocuo inciampo tecnico, gli omaggi a Baudo e Vessicchio restituiscono profondità, e lo scambio tra i due Sandokan racconta la forza immortale del mito popolare. E poi c’è Gianna Pratesi, che dà corpo e voce alla memoria civile, quella che non si annebbia sotto luci sbagliate e ledwall indisciplinati.

Insomma, si può correggere un ledwall. Ma la storia – quando è raccontata davvero – quella resta. E lo fa con splendida ironia, fragile come un refuso ma immortale come la Repubblica stessa.

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