Washington. È scattato il momento della magna opera di oratoria di Donald J. Trump, che ha infranto ogni record (negativo, ovviamente) di lunghezza per un Discorso sullo Stato dell’Unione: mentre il buon vecchio Bill Clinton si limitò a divulgare parole per un’onesta ora e 28 minuti nel 2000, il nostro presidente ha sentito il bisogno di spremere il cronometro fino a un’ora e 47 minuti. Un trionfo di verbo che si è concluso con un toccante riferimento alla Rivoluzione del 1776, giusto per ricordarci che la fiamma della libertà e dell’indipendenza ancora illumina il cuore di ogni “patriota” americano – se non altro per tenerci svegli.
Il tutto è avvenuto in una House svuotata dei soliti progressisti – pardon, boicottatori democratici – che hanno preferito ignorare il tanto annunciato spettacolo, lasciando diversi posti vuoti tra i banchi del partito avversario. Il nostro eroe ha pure colto l’occasione per scaricare ogni colpa sui democratici, dipingendo un paese con confini spalancati, inflazione impazzita e un “rispetto internazionale” che sembra essersi volatilizzato.
Entrando nell’aula con tutta la teatralità di cui è capace (alle 21 in punto), Trump si è intrattenuto a stringere mani nel corridoio centrale, incappando subito nel primo contestatore: il deputato Al Green, democratico e dotato di cartellone infuocato con la scritta “I neri non sono scimmie”. Referenza ovviamente al recentissimo video social di Trump che ritraeva Obama e Michelle con un corpo “primate”. Ma niente paura, Trump ha sfilato come un treno e l’ingombrante contestatore è stato gentilmente scortato fuori.
In prima fila, tra gli ospiti illustri, potevano ammirare ben quattro giudici (su nove totali) della Corte Suprema, tre dei quali si erano appena entusiasmati nel bocciare le tanto amate tariffe di venerdì scorso. Trump, invece, ha fatto il giro delle strette di mano con la velocità di un contadino al mercato, senza perdere un secondo.
Nel box presidenziale, c’erano la consueta famiglia-squadra al completo: oltre alla First Lady, niente meno che i cinque figli, schierati come ufficiali in prima fila, mentre la signora Melania e il genero Jared Kushner si accomodavano pazientemente dietro. Tra gli ospiti, spiccava anche la dolce presenza di Erika Kirk, vedova del conservatore Charlie, tristemente scomparso in settembre.
Il discorso, nonostante la sua lunghezza biblica, ha regalato uno dei rari momenti di consenso bipartisan: il presidente ha condannato “la violenza politica di ogni tipo”. Un vero e proprio colpo di scena in una serata altrimenti segnata da tensioni e silenzi imbarazzanti. Tra qualche lampo agitazionista, il messaggio più riconfortante è stato che “l’Unione è forte”, anche se la realtà fuori dalle patrie mura sembra cantare tutt’altra musica.
Una lunga litania di successi e accuse
Fra gli applausi preconfezionati, il presidente ha elevato il suo “roar economico” – che però suona più come un miagolio se consideriamo il costo della vita – proclamando i suoi tagli fiscali come manna dal cielo, e sottolineando con orgoglio che il Dow Jones ha superato la soglia ultraterrena dei 50mila punti, mentre l’S&P si avvia imperterrito verso i 7mila. Per carità, basterebbe sentir dire che si attendono 18 trilioni di investimenti domestici per sentire un brivido – anche se l’effetto reale sulla vita quotidiana dell’americano medio rimane un mistero degno di un giallo.
Ovviamente, l’ammiccamento ai critici politici non si è fatto attendere: ha analizzato le tariffe con una delicatezza degna di un elefante in cristalleria, definendo la recente sentenza “spiacevole”, ma promettendo la creazione di un nuovo, infallibile sistema “giuridico” per conservare protezionismo e vantaggi all’ombra di misteriose basi legali. Per inciso, il nostro comandante ha pure ribadito, con la solita verve autoritaria, che il Congresso è un optional per lui, visto che pensa di agire a suo piacimento.
Trump ha persino sentenziato:
“La buona notizia è che quasi tutti i Paesi e le aziende vogliono mantenere gli accordi che abbia fatto.”
Naturalmente, il palco era anche una passerella per una lista di protagonisti delle cause più buzzurri del momento: Erika Kirk, le vittime di Epstein e perfino gli eroi dell’hockey si sono alternati nel tributo teatrale. Nel frattempo, colui che aveva promesso un cameo scioccante, Elon Musk, ha preferito una classica sparizione di chi non sa bene in che mezzo mettersi.
Controreplica e scenette al Minnesota
Per non farci mancare nulla, dal fronte opposto è arrivata la tradizionale controreplica che ha avuto come protagonista la deputata Abigail Spanberger, la quale ha risposto con la solita chicca: “I dazi hanno impoverito gli americani”. Una novità sconcertante, considerando che nessuno aveva mai osato pensarlo prima.
Il nostro Wonderwall ha pure tirato fuori la carta dei confini chiusi con Messico e l’immancabile fiore all’occhiello: la riduzione del traffico di fentanyl del 56%. Dati utili, intendiamoci, specialmente se ignoriamo che i problemi veri restano, come lanciare coriandoli per nascondere rovi e spine.
Ma non poteva mancare la “scenetta” più trash del Minnesota: lo scontro con la deputata somala di Minneapolis, Ilhan Omar, che non ha riservato parole dolci e ha urlato senza mezzi termini “Sei un bugiardo”. Sentite che civilità.
Come ciliegina sulla torta, Trump ha annunciato la creazione di una commissione antifrode diretta da JD Vance, manco fossimo a un talent show di caccia ai furbetti. Omar, non rimasta in panchina, si è congedata circa mezz’ora prima della fine del discorso insieme alla deputata Rachida Tlaib, anch’essa nota per i forti toni, specie quando si è toccata, brevemente, la questione di Gaza, liquidata da Tlaib come un “genocidio”.
Un rituale lungo, ma poco incisivo
Insomma, un monologo magistralmente confezionato per magnificar le scelte di un anno, ma senza mai rinunciare a guardare con l’occhio vigile verso un futuro radioso. Almeno così dice l’analista democratica di turno, Yemisi. Un rito che da spettacolo politico spesso si trasforma in un colossal teatrale dove vittorie autoincensate sconfessano, con grazia, le complicazioni reali di un paese alle prese con tradimenti, divisioni e contraddizioni a non finire.
Egbewole è stato molto esplicito: dai campioni olimpici di hockey appar si nella sala stampa che dà sull’aula, a Scott Ruskan, il supereroe che ha nuotato salvando decine di ragazze a Camp Mystic in Tennessee; fino al novantenne veterano che compie 100 anni il 4 luglio, e al pilota d’elicottero ferito durante l’assalto a Maduro. Tutti ovviamente onorati con medaglie presidenziali e del Congresso, perché nulla dice “merito” come una cerimonia blindata all’interno dei palazzi del potere.
Nonostante non abbia mai nominato le elezioni di Midterm, l’intento era chiaro: proiettare i successi passati come fosse un film motivazionale e chiedere al pubblico di non smettere di applaudire a novembre. Il discorso si è concentrato quasi esclusivamente sui problemi interni, con un cenno fugace ma struggente a quel miraggio chiamato “affordability”. Dalle norme sacre che proibiscono alle grandi corporation di Wall Street di acquistare case monofamiliari (perché, ovviamente, il capitalismo ha regole quando fa comodo), ai costi della sanità che, a quanto pare, continuano a scivolare verso l’alto, come un razzo impazzito.
Le crisi mondiali? Un’amara parentesi. Il segmento più lungo è stato dedicato all’Iran, questa fantastica matassa che si sta ingarbugliando proprio mentre i negoziati a Ginevra sono alle porte.
Trump ha lanciato due messaggi subliminali: uno, i temibili missili balistici iraniani “che possono raggiungere l’Europa” (applausi, ovvio); l’altro, la solenne promessa di impedire, a qualunque costo e in ogni momento, che l’Iran si doti di armi nucleari. La diplomazia è buona, soprattutto per farsi belli in TV, ma nel cassetto c’è sempre pronto un “piano B” che tenterà di non sembrare troppo bellicoso.
Questo passaggio è stato uno dei rari momenti in cui il pubblico, democratici inclusi, si è alzato in piedi per applaudire – probabilmente per la paura dello scenario alternativo.
Quanto al Venezuela, Trump ha reclamato la paternità del miracolo politico e, in un colpo di spugna, ha definito Delcy Rodriguez “nuova presidente” del paese, saltando elegantemente la parola “ad interim”. “Il 3 gennaio Maduro veniva catturato” – si potrebbe pensare, ma no, solo in questa versione alternativa del tempo – e in meno di due mesi Caracas è diventata un “nuovo partner e amico”. La politica estera resta il jolly perfetto da giocare quando il mazzo interno è clamorosamente perso.
Un successo può salvare il Midterm
Trump ha anche regalato al pubblico idee “concrete” – visto che con i fuochi d’artificio si fanno solo applausi e niente leggi. Ha chiesto al Congresso di approvare alcune proposte, tipo un sistema di sussidi erogati direttamente ai cittadini, non alle assicurazioni sanitarie (chissà perché nessuno ci aveva pensato prima, una piccola rivoluzione). Inoltre, ha proposto che le aziende che costruiscono o gestiscono data center per l’intelligenza artificiale paghino come tutti il conto della luce, così da non gravare sulle spalle della comunità: una previsione così innovativa che sembra quasi una genialata casuale scappata dal manuale di buon senso.
Non poteva mancare il fiore all’occhiello: il Save Act, che obbliga a votare presentando una carta d’identità. Come se il voto fosse un gran ballo esclusivo e invece di inviti si dovesse mostrare il passaporto. Naturalmente, questa piccola chicca ha spezzato il Congresso in due, perché nulla dice unità come la diffidenza verso chi vorrebbe “barare” alle urne.
In sintesi, una serata in cui il passato è stato un po’ romanzato, il presente dipinto a colori sgargianti, e il futuro offerto come una pillola amara appena zuccherata con qualche acronimo legislativo. Da applausi. O forse no.



