Perché sempre più paesi si mettono a giocare a Dio con il meteo

Perché sempre più paesi si mettono a giocare a Dio con il meteo

Chi avrebbe mai detto che modificare il meteo sarebbe diventato l’ultimo grido in fatto di strategie governative? In un’epoca in cui il cambiamento climatico fa i capricci ogni giorno, i Paesi da ogni angolo del globo stanno rispolverando un’antica tecnica: il cosiddetto “lancio di semi nelle nuvole”. Tradotto in parole povere, si tratta di convincere le nuvole a far piovere o nevicare, stuzzicandole con particelle microscopiche di ioduro d’argento. Fantascienza? Macché, una pratica tanto vintage quanto oggi di gran moda.

Non solo gli eterni protagonisti come Stati Uniti e Cina, che vantano il più imponente programma di modifica climatica al mondo (ma sì, perché fermarsi davanti a nessun tipo di controllo), ma anche Francia, Russia, India e Arabia Saudita si stanno allenando nel dispaccio meteorologico con questa “magia” chimica. D’altronde, la scusa è troppo ghiotta: rimediare alla carenza d’acqua che, con la crisi climatica, è un problema sempre più spinoso.

E se vi stupiste che qualcuno voglia usare la pioggia su ordinazione solo per il caldo vorticoso o per far disperdere la nebbia negli aeroporti, sappiate che c’è pure chi la utilizza per evitare grandinate elettorali o, udite udite, per manovrare il tempo durante eventi di portata mondiale come le Olimpiadi di Pechino 2008. Nulla di più ovvio.

Ovviamente, non è tutto rose e fiori. La tecnica, sebbene si cimenti a incrementare precipitazioni di un modesto 5-15% in zone limitate e per brevi periodi, fa sobbalzare a causa dei problemi ecologici potenziali e delle guerre da nuvola, con accuse reciproche tra nazioni di “rubare” il prezioso liquido del cielo al vicino. Roba da far invidia a una telenovela sudamericana.

Augustus Doricko, il CEO di Rainmaker, una compagnia californiana specializzata in questo balletto atmosferico, ha spiegato così la crescente mania per il cloud seeding: “

“Due fattori si intrecciano. Il primo è la pura e semplice necessità: tantissime regioni stanno vivendo un clima più instabile e il loro approvvigionamento idrico fa i capricci, costringendoli a inventare soluzioni più creative del passato. Il secondo è che, dopo decenni di tentativi quasi invisibili, la scienza ha finalmente sviluppato strumenti precisi per misurare in tempo reale l’efficacia del lancio di semi nelle nuvole.”

Ecco spiegato perché, nonostante la sua veneranda età di oltre ottant’anni, questo sistema era caduto in disgrazia negli anni ’70 e ’80: la scienza non riusciva a promettere risultati certi. Ora, grazie alle nuove tecnologie, si può capire se davvero la magia atmosferica ha funzionato senza correre il rischio di spendere soldi per pioggia fantasma.

La compagnia di Doricko — che promette di arginare l’inaridimento del “mitico” West americano — è cresciuta a dismisura, aumentando il personale da 19 a ben 120 collaboratori solo dall’inizio del 2025. Che sorpresa, il business dell’acqua programmata è una bolla in espansione!

Nonostante il nome, però, Doricko ammette candidamente di aver sbagliato il biglietto da visita: “Rainmaker? Avrei dovuto chiamarla Snowmaker, visto che il nostro obiettivo principale è far nevicare. Non suona bene, ma tant’è.”

E infine, l’obiettivo principale per la stagione? “Dimostrare in maniera cristallina di saper produrre neve artificalmente e farlo tanto spesso da trasformare questo gioco da scienziati pazzi in una tecnologia incontestabilmente scalabile.” Come dire: facciamo solo un po’ di sport estremo meteorologico per convincervi.

Non mancano concorrenti statunitensi in questa gara a chi imbroglia di più col clima, con Weather Modification Inc. nel North Dakota e North American Weather Consultants nello Utah. E, naturalmente, qualche Stato “illuminato” come Florida e Tennessee ha deciso di mettere il veto, perché, si sa, l’idea di manipolare il cielo fa più paura che gioia.

Il motivo del ritorno di fiamma per il “lancio di semi”

Secondo Frank McDonough, ricercatore al Desert Research Institute nel Nevada, la nuova fama del cloud seeding ha due cause principali: da un lato, decenni di studi scientifici e analisi di costi e benefici sono ora sufficienti per far sì che gli stakeholder si sentano tranquilli nell’affidarsi a questa tecnica; dall’altro lato… beh, questo lo lasciamo intendere a voi, ma indovinate un po’? I dati sembrano dire “funziona”.

A nullaostante queste magnifiche promesse, non si dimentichi che stiamo maneggiando con chimica, ecosistemi e diplomazia internazionale in equilibrio precario. Una nuova frontiera del controllo climatico che, tra necessità, furbizia e un pizzico di follia, si fa strada nel nostro futuro sempre più incerto.

Se vi state chiedendo perché sempre più Paesi stanno abbracciando l’idea futuristica di spargere sostanze chimiche in cielo nel tentativo di provocare la pioggia, la risposta è semplice e geniale: è praticamente l’unica opzione rimasta per rimpinguare risorse idriche già soffocate e per cercare di tamponare quel fastidioso inquinamento atmosferico regionale, tutto sfruttando i sistemi naturali dell’atmosfera terrestre. Come se la natura avesse bisogno di un piccolo “aiutino” chimico per fare il suo dovere.

McDonough, nell’intervista, spiega come la maggior parte delle tecnologie attuali per garantire acqua dipendano da fonti esistenti, tipo fiumi o falde acquifere già spremuti fino all’osso. Prendi per esempio gli impianti sciistici: usano acqua immagazzinata da qualche parte per fabbricare neve artificiale, giusto? Beh, la semina delle nuvole, a differenza di queste pratiche “tradizionali”, aggiunge acqua nuova al sistema, una specie di conto corrente supplementare per la “banca idrica”. Di qui la passione insana di alcune lobby per finanziare progetti che potrebbero solo auspicabilmente aumentare le nevicate nella stagione successiva.

Ah, e se vi state chiedendo chi sono i magnanimi benefattori di questo intruglio atmosferico, stiamo parlando di Cina, che ha stanziato circa 2 miliardi di dollari dal 2014 al 2021 per il suo programma di modificazione climatica. E non è da meno l’Arabia Saudita, che nel 2022 ha speso 256 milioni di dollari solo per il primo anno del suo palloso (ma evidentemente necessario) programma regionale di semina delle nuvole.

Risultati? Dipende dal tempo… e da come gira l’umore delle nuvole

Gli entusiasmi tuttavia scemano non appena si vada a guardare i risultati pratici. Prendiamo l’Iran, dove l’anno scorso hanno spruzzato nuvole sopra il bacino del lago Urmia nel disperato tentativo di stroncare la peggiore siccità degli ultimi decenni. Risultato? Beh, come al solito: un po’ di “maybe yes, maybe no”. Nel frattempo, all’Indian Institute of Technology di Kanpur, in collaborazione con il governo di Delhi, hanno testato la semina per limitare l’inquinamento nella capitale indiana. L’esperimento è stato altamente “non completamente riuscito” a causa della mancanza di umidità nell’aria, ma – oh sorpresa – qualche piccola diminuzione delle polveri sottili si è vista.

In una scena che potrebbe quasi sembrare presa da un film di fantascienza, cittadini hanno osservato un aereo volare sopra la base aerea di Adi Soemarmo a Boyolali, in Indonesia, durante una delle operazioni di semina. Tutto molto poetico.

Diana Francis, capo del laboratorio di Scienze Ambientali e Geofisiche alla Khalifa University di Abu Dhabi, ci tranquillizza dicendo che la semina delle nuvole può “modestamente aumentare” le precipitazioni, purché le condizioni siano giuste – un modo elegante per dire: tutto dipende esclusivamente dal cielo e dal suo umore capriccioso.

Francis sottolinea che l’aumento è “incrementale, non trasformativo” e che questa pratica funziona solo come un ingrediente minore nella zuppa più grande delle strategie per acqua e qualità dell’aria. Ecco il piccolo dettaglio che spesso sfugge ai ferventi sostenitori della chimica meteorologica.

E il costo? Dal modesto dollaro a 10 dollari per ettaro-metro d’acqua aggiuntiva, che nelle folli economie climatiche di oggi suona quasi come un affare rispetto alla dissalazione, che è l’astro nascente del drenaggio di fondi pubblici per trasformare acqua salata in acqua potabile.

E ovviamente, non è tutto rose e fiori: la dipendenza dai microfisica delle nuvole è una condanna inevitabile, visto che la semina funziona solo se le nuvole sono già lì, altrimenti è un buon investimento per aspiranti meteorologi filosofi. Inoltre, ci sono problemi di attribuzione – ovvero, quando piove nel campo del vicino, chi si prende il merito? E se magari il vento porta effetti indesiderati altrove? Complicazioni geopolitiche e legali fanno capolino più spesso del previsto.

Studi seri ci informano che, fino a oggi, l’uso di ioduro d’argento nei progetti di semina non ha avuto impatti significativi sulla salute umana o sull’ambiente, parola della World Meteorological Organization. Ma ovviamente, non si può escludere che qualcosa succeda “downwind” – quella scomoda zona d’ombra delle nuvole chimiche.

E come ciliegina sulla torta, l’agenzia meteo delle Nazioni Unite riconosce apertamente che c’è un problema gigantesco da superare: la pubblica accettazione. Il fatto che la gente comune guardi con sospetto e fastidio a chi tenta di classificare la pioggia con la voce di un pilota è il vero ostacolo, più del costo o degli effetti discutibili.

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