Salvini e Lupi litigano a distanza sul metodo infallibile per scegliere se stessi

Salvini e Lupi litigano a distanza sul metodo infallibile per scegliere se stessi

Chi sarà il fortunato che si accollerà il ruolo di candidato sindaco del centrodestra a Milano per il 2027? Con le urne che bussano ormai a meno di un anno di distanza, sarebbe il momento di mettersi d’accordo. Ma non aspettatevi primarie: una pratica innovativa mai testata seriamente nella città meneghina, e quasi del tutto aliena altrove. No, qui si dibatte con l’ardore di chi cerca un “civico” o un “politico”, come se questa distinzione fosse la chiave magica per risolvere decenni di scontri e sbandamenti.

Il palcoscenico è pronto e sul fronte opposto ci sono due protagonisti inviati a fare dichiarazioni da manuale. Matteo Salvini, vicepremier e capo della Lega, e Maurizio Lupi, leader dei Noi Moderati, hanno parlato a ruota libera, senza tirare fuori nomi, come per un misterioso gioco di società.

Nella solita visita al Villaggio Olimpico, Salvini si è autoinvestito del ruolo di ispettore in cerca del candidato perfetto, perché si sa, chi meglio di lui può giudicare cosa serve a una città che “è eccezionale” – parola sua – ma che rischia di trasformarsi in una sorta di “Montenapoleone allargata”, ovvero il paradiso esclusivo per ricchi un po’ snob.

Salvini ha poi elogiato il futuro studentato che nascerà sull’area olimpica, una vera e propria oasi in cui i giovani potranno studiare a soli 500 euro al mese: un investimento che fa tanto “welfare da centrodestra”, quasi da fargli venire un colpo a chi sperava che l’austerità fosse l’unica stella polare.

Il leader leghista ha voluto sottolineare che questo luogo sarà “qualcosa di importante”, perché si sa, far pagare 500 euro ai ragazzi che arrivano da fuori regione equivale a una rivoluzione sociale degna di una rockstar del diritto allo studio.

Il progetto prima del candidato, parola di Lupi

Beh, se da una parte abbiamo l’invito a “prendere per mano” la città, dall’altra il buon Maurizio Lupi si pone come il paladino della razionalità e del pragmatismo. Presentatosi a Milano per presentare un libro – non una campagna elettorale, ma poco ci manca – ha chiarito che il primo passo sarà raccogliere tutti intorno a un tavolo dopo il referendum sulla giustizia previsto per il 22-23 marzo. Solo allora, udite udite, sarà il momento di sfornare un progetto politico per la Milano del 2030.

Insomma, prima il progetto, poi il candidato. Questa è logica. Se solo avessero pensato così negli ultimi 15 anni forse ora non sarebbero ancora lì a fare ricorsi al passato come unico strumento politico.

Ma ecco la chicca di Lupi, destinata a far sorridere sarcasticamente chi ha seguito le giravolte del centrodestra meneghino: “Non siamo a X Factor”, ha detto. Perché bisogna smettere di cercare a tutti i costi i candidati civici, quegli improbabili eroi che, come nel reality show, fanno il loro ingresso trionfale solo per scappare via subito dopo.

Ci fa quasi tenerezza immaginare più di dieci personalità della società civile invitate a candidarsi nel 2020, tutte puntualmente a declinare l’invito. Forse il copione si ripeterà anche stavolta, ma shhh… non ditelo troppo forte.

Il vero nodo, conclude Lupi, è proprio la credibilità: se il centrodestra in questa città ha perso per 15 anni, forse il problema non è solo il nome del candidato, ma l’idea stessa di progetto politico che si presenta. Una scintilla di autocritica? Nemmeno per sogno, ma ci si sta avvicinando.

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