Immaginate un giovane Roberto D’Aversa, attaccante promettente formato nella scuola Milan, fresco protagonista della promozione in Serie B con il Monza nel 1997. Chissà se ebbe tempo e modo di ascoltare i saggi consigli di quel leggendario tecnico, Gigi Radice, che dopo aver conquistato lo scudetto con il Torino ispirò quella che fu definita l’epoca del “tremendismo” granata e chiuse la sua gloriosa carriera proprio nel cuore brianzolo. Quelle lezioni oggi, ahimè, tornerebbero utili per tentare un miracolo con un Torino che di granata ha solo il nome, poiché con i campioni di cinquant’anni fa non ha nulla a che vedere, né tantomeno sembra lontanamente imparentato con una squadra dotata del minimo dna del toro rampante.
Un autentico salvataggio è necessario dopo la debacle sotto la guida di Baroni, con una classifica che affonda nel terz’ultimo posto e una distanza risicata di tre punti dalla zona rossa, amplificata dalla vittoria della Fiorentina nel posticipo. Oggi pomeriggio, dunque, D’Aversa scenderà al Filadelfia a recuperare le speranze di un gruppo rassegnato, poco abituato alle pressioni di una retrocessione imminente e accompagnato da una piazza pronto a disertare ancora lo stadio domenica contro la Lazio.
La missione è ardua anche solo considerando l’ambiente, dove lavorare con il presidente Cairo è un salto nel vuoto garantito: nel giro di vent’anni sono stati ben 18 i tecnici chiamati alla disperata ribalta granata, con 23 cambi complessivi. L’ultimo, in piena stagione, risale ormai a cinque anni fa con l’alternanza tra Giampaolo e Nicola.
D’Aversa, però, non è nuovo ai guai: cresciuto in una famiglia di umili origini che emigrò in Germania – paese natale di cui vanta la cittadinanza di Stoccarda, sulla carta d’identità del cinquantenne innamorato del calcio – rientrò a Pescara a tre anni. Ha attraversato l’Italia intera, prima come giocatore e poi da allenatore, accettando ora l’ultimo – ma forse non ultimo – incarico per riportare in vita il peggior Toro degli ultimi decenni e un po’ anche salvare se stesso.
La cronistoria delle sue ultime stagioni in Serie A è un gioioso carnem levare di quelle che potremmo definire “esperienze fortemente formative”: due esoneri (alla Sampdoria quattro anni fa e al Lecce nel marzo 2024), due retrocessioni sul campo (con Parma nel 2021 e Empoli lo scorso anno), senza dimenticare la squalifica per tre giornate inflitta dopo uno spettacolare scatto d’ira che lo vide colpire un avversario con una testata. Un curriculum insomma che fa sognare, un vero modello di costanza e successo.
Non è sempre stato un disastro, però: la sua carriera iniziò bene riportando il Parma in Serie A nel 2018, con due promozioni consecutive dalla Serie C e poi due salvezze dignitose. Un progressivo declino, insomma, che però non gli ha impedito di trovare la voglia di ripartire a giugno, firmando un contratto con bonus in caso di salvezza.
Il suo cavallo di battaglia è un rispolverato 3-5-2, affiancato dal vice Sullo, già ammirato come uno dei piatti segreti del successo di Ventura al Toro. D’Aversa è convinto di poter scuotere una squadra che si è completamente disintegrata dopo la batosta per 6-0 contro il Como. Il compito del nuovo tecnico sarà rimettere ordine alla peggior difesa del campionato, che ha incassato la bellezza di 47 reti, per risvegliare una qualche forma di dignità, punti e magari anche qualche oncia di morale in uno spogliatoio che ha smesso di seguire il precedente allenatore tra indicibili girandole di giocatori schierati senza gerarchie né senso logico.
Per fortuna, in questa titanica impresa, potrà contare sull’aiuto del direttore sportivo Petrachi, che vanta un’amicizia profonda e consolidata con nientemeno che Antonio Conte. I due si conobbero ai tempi del Siena, quando l’ex juventino iniziava la nuova carriera da vice, e da allora sono praticamente inseparabili. Vacanze insieme, famiglie intrecciate al punto che il mister del Napoli è padrino di battesimo della terzogenita di D’Aversa, e lui ricambia con lo stesso titolo per la figlia di Conte.
Non serve molta fantasia per intuire a chi si ispiri questo personaggio, anche se il suo vero idolo resta Galeone. Ricordando il maestro scomparso, D’Aversa ha ammesso:
«Mi faceva giocare spesso terzino perché vedeva in me un futuro in Nazionale in quel ruolo – e mi ha sempre rimproverato di non averlo seguito».



