Quando l’istituzione fa a pugni con i propri virus e perde lo scontro

Quando l’istituzione fa a pugni con i propri virus e perde lo scontro

La nostra gloriosa storia criminale nazionale ha ormai fatto da palestra per affrontare il peggio di quanto la natura umana possa partorire. Eppure, ogni tanto emerge qualche caso così spudoratamente grottesco da mettere a dura prova persino la pazienza degli stoici. La palma di questa mestizia va a quelle “crime story” che vedono protagonista un malfattore in divisa, qualcuno che dovrebbe proteggere ma preferisce sguazzare nell’illegalità. Prendiamo il caso del poliziotto che nel “bosco della droga” di Rogoredo, periferia milanese per chi non è aggiornato, ha deciso di trasformarsi in carnefice, uccidendo un pusher marocchino e inventandosi una legittima difesa degna di un regista di telenovelas. Questa eruzione di sfacciataggine ci regala un’altra perla da esporre nella galleria degli orrori da brivido, tanto da scuotere anche chi è più abituato a certe scene. Infatti, che spavento, colui che si comporta come un criminale è proprio colui che indossa una divisa con la missione dichiarata di proteggere i deboli. Che novità.

Carmelo Cinturrino, assistente di polizia di 42 anni, camminava sulle strade infestate dello spaccio in un quartiere ad alta densità criminale con la nobiltà d’intenti di alleviare il disagio di cittadini prigionieri di un’illegalità rampante, una sfida degna di un eroe metropolitano. Peccato che, invece, si nutrisse di quella stessa “pianta marcia”, pur vestendo la divisa. I provvedimenti presi dai magistrati non lasciano spazio a dubbi dignitosi sulle testimonianze di colleghi e testimoni che lo dipingono come “protettore” degli spacciatori nostrani nella lotta quotidiana col fornitore straniero. In cambio? Ovviamente merce e soldi a rimpinguare quel potere che la divisa gli conferiva, ma messo al servizio di appetiti criminosi. Che originalità.

Il suo momento più “artistico” lo raggiunge quando, dopo aver fermato il marocchino Mansouri, per motivi ancora avvolti nel mistero, lo ammazza con un colpo secco, gli piazza una pistola finta in mano e si inventa una legittima difesa, totale fantasia per giustificare l’ingiustificabile. Tutto ciò, naturalmente, mentre colleghi e testimoni osservano, come se la sua “autorità” gli consentisse di scrivere le regole a piacimento, violando la legge che aveva giurato di difendere. Da applausi.

Le reazioni e l’immancabile teatrino politico

Come sempre accade, appena una storia del genere arriva sui giornali, scatta l’immancabile festival dell’ipocrisia pubblica e politica. Le dichiarazioni di alcuni politici, ovviamente più interessati a raccattare consensi per il prossimo referendum sulla riforma del CSM che a fare vera giustizia, sono da manuale del perfetto qualunquista. Passiamo oltre, inutili a fare l’elenco delle ovvietà. Ciò che invece merita davvero attenzione è il tentativo – doveroso – di evitare la generalizzazione semplicistica. Un poliziotto corrotto non fa una forza dell’ordine corrotta. Come se il gran numero di caduti in divisa per la libertà fosse una garanzia inossidabile contro un singolo marcio. Fortuna che esistono le indagini, altrimenti non sapremmo dove sbattere la testa tra tutte queste contraddizioni.

Si sente nell’aria il fetore di un sistema che da troppo tempo si è insinuato come un cancro nella vita quotidiana di persone per bene costrette a chiudere un occhio, un po’ per paura, un po’ per stanchezza. E, come sempre accade in questi casi, il “sistema” non si riduce mai ad un singolo sbandato. Chiacchiere a parte, l’istituzione promette di fare luce e di “bonificare” il tessuto infetto. Ovviamente senza alcuna “cautela corporativa”, come enfatizzato dai magistrati e dal questore di Milano. Belle parole, ma starà a vedere come andrà a finire con la consueta lentezza giudiziaria italiana.

Il caso e la sua eco mediatica

Lo scenario è sempre quello: un poliziotto infedele che pretendeva dallo spacciatore “200 euro e 5 grammi di coca” al giorno, mica bruscolini. Un accordo criminale camuffato da repressione del crimine, perché più conveniente così. Quella che dovrebbe essere la lotta al crimine si riduce a un mercanteggiare da basso impero, con la complicità di chi dovrebbe difenderci. Un doppio gioco, un tradimento a trecentosessanta gradi dove le vittime sono i cittadini onesti e la giustizia stessa.

Cosa dire? La scena è degna di un film noir, ma purtroppo non è finzione. È la triste realtà di un’Italia che ha il coraggio di vestirsi di legalità mentre fa affari nel torbido. E la domanda che rimane, sospesa tra ironia amara e rabbia sorda, è: quando riusciremo a liberarci dai “virus” che rovinano così profondamente la nostra convivenza civile? Solo il tempo, o forse una rivoluzione culturale, potrebbe dare risposta. Intanto, però, spettacolini come questo alimentano il circo grottesco della cronaca italiana.

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