L’attesa è finalmente terminata, come se fosse la rivelazione del secolo. Lunedì 23 febbraio, l’assemblea di Banco BPM ha dato il suo bel via libera alle modifiche statutarie necessarie per allineare il regolamento interno alle nuove disposizioni della famigerata Legge Capitali. Nel dettaglio, si tratta della rivoluzionaria (o quasi) introduzione di una lista per il consiglio di amministrazione, con una riserva fino a sei posti per le coraggiose minoranze azionarie. Perché si sa, diversità vuol dire democrazia, giusto? E a tal riguardo, più del 65% del capitale – con più di 2.000 azionisti – si è presentato puntuale come un orologio svizzero, esprimendo un entusiastico 95,38% di consensi. Applausi da tutto il pubblico, ovviamente.
L’amministratore delegato Giuseppe Castagna non ha perso tempo e ha subito buttato lì un ringraziamento “affettuoso” ai soci, accompagnato da una soddisfazione che trasuda da ogni parola:
“Vorrei esprimere, insieme al ringraziamento ai nostri soci, la soddisfazione per l’esito dell’assemblea di oggi con cui sono stati definiti i criteri per il rinnovo del cda: un presupposto essenziale in vista della prossima assemblea di aprile, in cui i soci saranno chiamati a scegliere la guida della banca per il prossimo triennio.”
Mentre il presidente Massimo Tononi, evidentemente altrettanto entusiasta, ha ringraziato gli azionisti “per la fiducia dimostrata”, lodando la grande maggioranza che ha approvato le modifiche. Le definisce un “passaggio necessario” – come se ce ne fosse mai stato uno inutile nella storia di una banca – per adeguare lo statuto al “nuovo quadro normativo” della Legge Capitali. Insomma, un atto di eroismo giuridico che neanche i paladini della burocrazia avrebbero osato immaginare.
Un sistema che si adegua, ma quanto ci è voluto?
La Legge Capitali, con le sue disposizioni rivoluzionarie su liste e rappresentanza di minoranze, è stata accolta da tutti come l’ultima trovata per “democratizzare” le nomine della governance aziendale. Peccato che Banco BPM abbia impiegato qualche annetto per mettersi al passo, dimostrando come la pressione del cambiamento debba sempre passare attraverso processi lenti e macchinosi. D’altronde, quando si hanno migliaia di azionisti, più di 2.000, non è mica facile decidere chi può sedere al tavolo dei potenti.
Un altro punto di riflessione? Il fatto che questa rivoluzione statale sia stata accolta con un voto larghissimo non può che farci pensare che forse, sotto sotto, l’assemblea fosse più una formalità che una discussione accesa – quel teatrino senza drammi, utile solo a dirsi: “Vedete? Siamo in linea con la legge, tutti contenti”.
Il giochino delle apparenze
Così, mentre Castagna si gode la scena annunciando dai palchi l’importanza di questi “criteri” per il rinnovo del cda, e Tononi si arma di ringraziamenti e definizioni roboanti, la vera questione è semplice: il potere resta comunque nelle mani di chi controlla il capitale. Le minoranze, sebbene ora “contentate” con un massimo di sei posti, non smuovono il vero cuore delle decisioni. Un po’ come dare una briciola a chi restava sempre a bocca asciutta. Perfetto per mantenere la forma, e di tanto in tanto illudere la platea che qualcosa stia cambiando.
Insomma, una passerella di apparenze, un rituale ben oliato che, tra un ringraziamento e una promessa di futuro rinnovamento, serve soprattutto a convincere che la democrazia interna a Banco BPM non sia solo una parola vuota.



