Due zeri ai primi due tiri a terra e la tanto attesa testa della mass start si trasforma in una specie di tonnara tra i trenta biatleti migliori. Dai, Tommaso, è finalmente la tua giornata! Il gruppo si infila nel bosco, ma lui, Giacomel, decide di percorrere un tunnel alternativo: si pianta a oltre trenta secondi di distacco. E non finisce qui, si ferma, si accascia. Malore, dicono. Staff della nazionale tutto intorno, una smorfia dolorosa, e l’ultima occhiata al percorso. Clic. Game over per le Olimpiadi. Alle 17:01 arriva il comunicato ufficiale: “Dopo il malessere, i medici della clinica mobile gli hanno fatto ecografia ed elettrocardiogramma, niente complicazioni, altri accertamenti nei giorni seguenti”. Bravi, la perfezione della sfortuna.
Calano così le luci sulle Olimpiadi di Tommaso Giacomel, e lo fanno nel modo più teatrale possibile, tradito da quel corpo che mai una volta in stagione, con tre vittorie in Coppa del mondo e primato in classifica, aveva dato cenni di cedimento. “Subito dopo la seconda serie di tiri a terra, il mio corpo ha deciso di smettere di collaborare – ha confessato –. Facevo fatica a respirare, a muovermi… insomma, ho dovuto fermarmi.” La miglior descrizione di un disastro annunciato. E dai social arriva l’amara confessione: “Ho un casino di pensieri nella testa: frustrazione, rabbia, delusione. Fermarsi è devastante, ma non c’era niente da fare.”
Non era un sogno: le previsioni di Sports Illustrated lo indirizzavano a due medaglie d’oro e bronzo. Alla 20 km è arrivato sesto, alla mass start? Be’, non ha nemmeno finito la gara. Che delusione, per chi ha visto nell’argento della staffetta mista almeno una consolazione, anche se lui stesso ha definito il sesto posto una prestazione “di schifo”. Insomma, la vetta di Anterselva si è trasformata nel suo Everest impossibile da scalare. “La pressione di dover dimostrare tutto all’ultimo momento era enorme – spiega il tecnico Giuseppe Piller Cottrer, fratello di Pietro e voce autorevole del biathlon Rai –. La gara era partita bene, il difficile era alle spalle, ciò che è successo è stato solo un incidente di percorso.” Tradotto: la sua Olimpiade è un “buon risultato” solo perché c’è la medaglia, ma in realtà stiamo lamentando un fallimento annunciato.
Ma ecco la vera beffa: era il suo giorno, la mira era impeccabile, eppure quel corpo si è rifiutato di continuare il gioco. Belle speranze quelle nostre.
Slalom, oro allo svizzero Meillard. Lacrime per McGraath. Fuori Vinatzer: “Ho fallito”
Ogni atleta ha la sua data da cerchiare sul calendario. Per Alex Vinatzer, però, è solo un promemoria da stracciare. Nel gran finale delle Olimpiadi invernali più sontuose di sempre per l’Italia, lo sciatore azzurro resterà – manco a dirlo – la delusione del giorno. Quelli che speravano in un effetto “Razzoli” o un colpo di fortuna post-Franzoni se lo stanno ancora chiedendo: cosa è andato storto?
Facciamo chiarezza: per completare una manche, Vinatzer aveva bisogno di procedere come un bradipo, ma se andava piano, affondava miseramente. Lo chiamano il famigerato “comma 22” delle specialità tecniche. E mentre lui sprofondava, i compagni di squadra facevano il loro meglio per non finire nelle retrovie: 24° in gigante Franzoni, 12° in slalom Saccardi. Ma la realtà è una sola, ed è impietosa: “non ci siamo proprio”. Geniale la strategia con due cambi di allenatore in due anni per cercare la formula magica dopo le dimissioni di Del Dio e Pini. Il risultato? Un disastro organizzato.
E mentre le donne e le discipline veloci maschili sembrano spedite verso l’olimpo, le specialità tecniche fanno scena muta. Avanti così, e il disastro sarà la normalità.
Milano-Cortina: da Fischnaller, il “veterano” a 45 anni, a D’Antonio, 16 anni, la più giovane
Se almeno riuscissimo a consolarsi col detto “meglio un buco con la ciambella che niente”, nello snowboard persino quella ciambella è rimasta una chimera galleggiante. Il Roland Fischnaller, alla sua settima Olimpiade e a 45 anni in qualità di ultraveterano, parte favorito ma invece sbatte subito fuori ai quarti, annoiando sul serio chi aveva grandi aspettative – forse troppo ottimiste, viste le premesse.
Con lui si portano a casa la delusione anche Felicetti e Bormolini, che forse avevano sognato il Triplete azzurro ma si sono ritrovati con un pugno di neve in mano. Attenuanti? Poche. Scuse? Zero. Milano-Cortina poteva almeno regalare qualche briciola di gloria, invece la neve sembra soltanto una pessima scusa per nascondere anni di incredibile disorganizzazione e abbandono dello sport tecnico.



