Ecco i tre giudici della Corte Suprema che hanno deciso di abbandonare Trump proprio sul suo amato tema dei dazi

Ecco i tre giudici della Corte Suprema che hanno deciso di abbandonare Trump proprio sul suo amato tema dei dazi

Che sorpresa! La Corte Suprema degli Stati Uniti ha finalmente deciso di dire “no” all’onnipotente ex presidente Donald Trump e al suo capriccio daziario. In una decisione che ristruttura il potere presidenziale nell’arena commerciale, sei giudici su nove hanno stabilito che il tycoon di New York ha semplicemente oltrepassato i confini del suo mandato, imponendo tariffe doganali senza il placet del Congresso. Insomma, un duro colpo alla sua presunta capacità di fare il bello e il cattivo tempo nell’economia globale.

Alla faccia delle alleanze politiche, il verdetto ha visto coalizzarsi non solo i tre giudici liberali – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson –, ma anche tre conservatori che, fino all’anno scorso, erano i più fedeli soldatini del presidente, pronti a darle corda su migrazione e tagli alla spesa pubblica. Come dire, non basta essere nominati da presidenti repubblicani per far parte della squadra “Trump forever”. Quando si tratta di dazi, bisogna passare per il Parlamento, altro che soluzioni autocratiche.

Donald Trump ha rilanciato da vero “padre della patria tradito”: ha definito la sentenza «profondamente deludente» e non ha perso occasione per mettere alla gogna alcuni magistrati della Corte, accusandoli di vergogna e slealtà. Un siparietto che gli italiani conoscono bene, visto che l’epoca del “la magistratura è contro di me” sembra universale.

Un giudice capo con la memoria lunga e il senso della Costituzione

Il prestante e disciplinato John Roberts, nominato da George W. Bush nel 2005, ha fatto un passo indietro dallo stereotipo del conservatore al soldo dei partiti. In un raro momento di trasparenza istituzionale, si è levato a difesa dell’indipendenza della magistratura proprio mentre arrivavano le solite “minacce” di impeachment contro quei giudici che osano andare contro i desiderata della Casa Bianca.

Roberts ha scritto l’opinione di maggioranza che il presidente dovrebbe armarsi di una «chiara autorizzazione del Congresso» per muovere mosse economiche di questa portata. Traduzione: non puoi imporre dazi in modo unilaterale, senza limiti su quantità, durata e impatto, tirando fuori la famosa carta del “potere presidenziale intrinseco”.

Una bocciatura netta, non fosse altro che per quella leggendaria “chiarezza” con cui il Parlamento americano deposita le sue istruzioni. Per questo Roberts ha liquidato senza pietà l’argomentazione trumpiana secondo cui il presidente avrebbe il diritto di regolamentare il commercio tramite dazi imposti come se fosse un capo clan. Niente autorizzazioni, niente poteri occulti: stavolta il Congresso non ha detto né sì né no e quindi stop, non si fa.

Dalla sua postazione alla Casa Bianca, Trump ha risposto col consueto garbo, definendo Roberts e i due giudici a lui allineati come «antipatriottici» e «sleali» verso la sacra Costituzione americana. Fuori dal coro, si è confermato la voce di chi grida al tradimento quando perde.

Nonostante anni di alti e bassi tra Roberts e Trump, con episodi di sentenze epocali spesso scritte o condivise dal giudice capo, questa sentenza segna un evidente spartiacque: anche i giudici degli ex presidenti repubblicani sanno dire “basta” di fronte a esercizi di potere che sfidano le fondamenta istituzionali.

Un atto di forza o un cane che si morde la coda?

È curioso notare come una Corte Suprema, largamente composta da nomine repubblicane, non si sia piegata a un ex presidente repubblicano, segno che il potere giudiziario non si riduce a mero strumento di fedeltà partitica. In fondo, qual è il potere reale del presidente quando deve interagire con un altro ramo del governo? Nulla, se non la servitù istituzionale, nonostante proclami pomposi e decidezza da “Uomo Forte”.