Le aziende avvertono che la tanto sbandierata vittoria commerciale è ancora un miraggio

Le aziende avvertono che la tanto sbandierata vittoria commerciale è ancora un miraggio

Swissmem ha commentato secondo i canoni del novecento capitalista:

“Dal punto di vista dell’industria esportatrice svizzera, questa è una buona notizia. I dazi elevati hanno minato profondamente il settore tecnologico. Tuttavia, la sentenza di oggi non è una vittoria acquisita. Serve ora stringere relazioni vincolanti con gli Stati Uniti attraverso accordi commerciali.”

La Camera di Commercio Internazionale ha salutato con sollievo la sentenza, considerando lo “stress significativo” cui le aziende sono state sottoposte nei mesi scorsi. Ma non illudiamoci che la questione si risolva con un colpo di bacchetta magica: il complesso meccanismo delle procedure doganali americane promette battaglie burocratiche lunghe e impolverate.

L’ICC ha dichiarato con la pacatezza di chi ha visto troppo:

“Le aziende non devono aspettarsi un processo semplice: la struttura delle procedure di importazione americane implica che le richieste saranno amministrativamente complicate. La sentenza odierna è scialba su questo punto e un orientamento chiaro da parte della Corte del Commercio Internazionale e delle autorità americane sarà essenziale per minimizzare i costi evitabili e prevenire rischi di contenzioso.”

In sintesi, il grande balzo verso il futuro libero e sereno del commercio globale che tutti auspicavano si è rivelato uno scivolone alla porta del passato: dazi, incertezze, trattative infinite e, soprattutto, un clima di imprevedibilità che farà rodere i nervi di imprese e governi su entrambi i lati dell’Atlantico. Ovviamente, il protagonista principale della querelle rimane sempre quello che non ama perdere terreno commerciale: Donald Trump, che per l’ennesima volta dimostra di saper giocare al gatto col topo meglio di chiunque altro.

Kananaskis, Alberta, Canada, nel giugno 2025, i partner commerciali degli Stati Uniti hanno accolto con prudenza la decisione della Corte Suprema americana di annullare gran parte della politica commerciale sulle tariffe internazionali dell’amministrazione Trump. Un evento che ha lasciato le istituzioni globali dello scambio commerciale a far scena muta davanti alle incertezze persistenti sulle imposte all’importazione.

In una decisione tanto attesa quanto umiliante per il governo uscente, la maggioranza della Corte Suprema – sei giudici contro tre – ha sentenziato che la legge che fondava i dazi “non autorizza il Presidente a imporre tariffe”. Per tutti quei Paesi che avevano avuto il piacere di vedersi vessati dal regime tariffario di Trump, dalla fredda Gran Bretagna fino all’esotica India e alla mastodontica Unione Europea, questa è stata la scintilla di speranza. Naturalmente, alcuni come Vietnam e Brasile sono ancora seduti al tavolo delle trattative, perché nulla è mai così semplice nel brillante mondo del commercio internazionale.

Un portavoce del governo britannico ha commentato con la classica flemma d’oltremanica:

“È una questione che gli Stati Uniti devono risolvere, ma continueremo a supportare le imprese britanniche mentre si chiariranno i dettagli. Il Regno Unito gode delle tariffe reciproche più basse a livello globale e, in qualunque scenario, ci aspettiamo che la nostra posizione privilegiata con gli USA continui.”

Nel maggio dell’anno precedente, Regno Unito e Stati Uniti avevano stipulato un accordo commerciale piuttosto ampio, imponendo una tariffa generale del 10% su molti prodotti, ma naturalmente con qualche esclusione magnanima su acciaio, alluminio, automobili e prodotti farmaceutici. La causa arrivata alla Corte Suprema si è concentrata sui dazi reciproci, lasciando però intatti molti particolari dell’accordo britannico, tra cui quei privilegiati settori strategici menzionati. Immaginate il sollievo per chi vende auto e medicine.

Il British Chambers of Commerce, con il suo proverbiale entusiasmo, ha però dichiarato che la sentenza “aggiunge sole incertezza al mare già agitato delle tariffe”.

William Bain, capo della politica commerciale della BCC, ha così spiegato la situazione con un ottimismo tutto britannico:

“Non risolve questo macigno che è il clima incerto per le imprese britanniche. Il Presidente ha ancora varie carte da giocare per mantenere le attuali tariffe su acciaio e alluminio. E poi c’è la questione spinosa di come gli importatori americani potranno vedersi restituire i dazi già pagati e se gli esportatori britannici potranno agguantare qualche rimborso, tutto dipende dalle condizioni commerciali. Per il Regno Unito, la priorità resta abbassare i dazi quanto più possibile.”

Anche dall’Unione Europea si levano voci prudenti: il portavoce per il commercio e la sicurezza economica della Commissione Europea, Olof Gill, ci ricorda che le imprese da entrambe le sponde dell’Atlantico contano su “stabilità e prevedibilità”.

Olof Gill ha dichiarato:

“Siamo in stretto contatto con l’amministrazione americana per chiarire quali passi intendano compiere dopo questa sentenza. Continuiamo a sostenere tariffe basse e a lavorare per una loro ulteriore riduzione.”

Nel frattempo, Dominic LeBlanc, ministro canadese per i rapporti commerciali con gli Stati Uniti, ha espresso tutta la sua approvazione definendo la decisione un’ulteriore conferma che i dazi imposti dagli USA sotto l’IEEPA sono “ingiustificati”.

Assenza di veri vincitori

Dal mondo dell’industria tecnologica svizzera arriva un’accoglienza tiepida e calcolata con precisione: Swissmem, associazione delle imprese high-tech svizzere, plaude alla sentenza ma avverte che l’amministrazione Trump potrebbe comunque tirar fuori altri cavilli legali per “legittimare i dazi”. Nel frattempo invita i politici svizzeri a correre ai ripari sottoscrivendo nuovi accordi commerciali.

Swissmem ha commentato secondo i canoni del novecento capitalista:

“Dal punto di vista dell’industria esportatrice svizzera, questa è una buona notizia. I dazi elevati hanno minato profondamente il settore tecnologico. Tuttavia, la sentenza di oggi non è una vittoria acquisita. Serve ora stringere relazioni vincolanti con gli Stati Uniti attraverso accordi commerciali.”

La Camera di Commercio Internazionale ha salutato con sollievo la sentenza, considerando lo “stress significativo” cui le aziende sono state sottoposte nei mesi scorsi. Ma non illudiamoci che la questione si risolva con un colpo di bacchetta magica: il complesso meccanismo delle procedure doganali americane promette battaglie burocratiche lunghe e impolverate.

L’ICC ha dichiarato con la pacatezza di chi ha visto troppo:

“Le aziende non devono aspettarsi un processo semplice: la struttura delle procedure di importazione americane implica che le richieste saranno amministrativamente complicate. La sentenza odierna è scialba su questo punto e un orientamento chiaro da parte della Corte del Commercio Internazionale e delle autorità americane sarà essenziale per minimizzare i costi evitabili e prevenire rischi di contenzioso.”

In sintesi, il grande balzo verso il futuro libero e sereno del commercio globale che tutti auspicavano si è rivelato uno scivolone alla porta del passato: dazi, incertezze, trattative infinite e, soprattutto, un clima di imprevedibilità che farà rodere i nervi di imprese e governi su entrambi i lati dell’Atlantico. Ovviamente, il protagonista principale della querelle rimane sempre quello che non ama perdere terreno commerciale: Donald Trump, che per l’ennesima volta dimostra di saper giocare al gatto col topo meglio di chiunque altro.

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