Santanché beccata a fare il furbo con l’Inps e l’udienza che non si decide mai a cominciare

Santanché beccata a fare il furbo con l’Inps e l’udienza che non si decide mai a cominciare

Davvero una sorpresa aspettarselo: il processo per truffa aggravata che coinvolge la ministra del Turismo Daniela Santanché non si concluderà certo entro il 2026. E come poteva essere altrimenti? Venerdì 20 febbraio, in perfetto stile procrastinatore, la giudice per l’udienza preliminare Tiziana Gueli ha deciso di spostare ancora una volta la discussione, forse convinta che con un po’ più di tempo la verità si dissolverà nell’etere.

La nostra illustre ministra milanese è accusata – niente di che – di aver truffato l’Inps, approfittando del buco pandemico per intascare la cassa integrazione Covid. Una forma, diciamo, di geniale ottimizzazione dei fondi pubblici a proprio beneficio, con la complicità di ben 13 lavoratori delle sue aziende Visibilia Editore e Visibilia Concessionaria. In pratica, tra il 2020 e il 2022, l’Inps ha versato 126.468,60 euro per oltre 20mila ore di cassa integrazione, mentre quei lavoratori pare abbiano continuato imperterriti a lavorare in smart working, come se nulla fosse.

Il grande rebus delle prove e il consueto conflitto di poteri

Per non farci mancare nulla, il processo è stato rinviato a causa di un intricato «conflitto di attribuzione» tra il Senato e la procura di Milano. Il punto della discordia? L’inutilizzabilità di alcune prove scottanti: audio, chat, mail – sì, proprio quelle registrate da ex dipendenti in cui la ministra appare come mittente o destinataria. A quanto pare, la questione giuridica più spinosa è stabilire se questi messaggi siano «documenti» o «corrispondenza». Perché se fossero la seconda cosa, allora si tratterebbe di intercettazioni illegali senza il benestare del Senato, di cui, non si sa mai, la paladina Santanché fa parte. Un bel colpo di scena, insomma.

Attualmente, la Corte Costituzionale non ha ancora deciso sull’argomento – forse sono troppo occupati a decidere su cose più urgenti come la forma dei cuori disegnati con le mani dei parlamentari – così la Gueli ha spostato ulteriormente l’udienza preliminare al 14 ottobre. Sempre che nel frattempo la Consulta trovi il tempo per esprimersi, dopo più di due anni di tira e molla processuale.

Nel frattempo, la procura sembra intenzionata a chiedere il rinvio a giudizio per la ministra, a prescindere da quello che stabilirà la Consulta: se dovesse andare male, basterà dimenticare quella fastidiosa roba delle chat e delle mail incriminate. Pare l’ennesima sceneggiata da manuale in un copione destinato a essere riscritto molte volte. Viva la giustizia italiana!

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