Quando perdere il lavoro diventa un dettaglio di una malattia: la mamma della famiglia finisce per pagare il prezzo più amaro

Quando perdere il lavoro diventa un dettaglio di una malattia: la mamma della famiglia finisce per pagare il prezzo più amaro

Questa mattina, nella solidale comunità di Barona, lo sfratto per la famiglia residente in Famagosta 4 è stato miracolosamente rinviato a aprile. Evidentemente, un vero spettacolo vedere come la presenza di un manipolo di persone disposte a battere i pugni contro la legge – o meglio, contro l’ufficiale giudiziario impassibile – possa magicamente ribaltare le sorti di una sentenza scritta.

Il traguardo è stato festeggiato da “Chiediamo casa”, quella pagina social che fa tanto attivismo e si dice promotrice di più entità sociali, sindacali, studentesche e associative di Milano. Ma non temete, si tratta di un’alleanza eterogenea e variegata, quasi un esercito di santi protettori degli sfrattati.

Sindacati, partiti, movimenti, spazi, comitati e collettivi – insomma tutta la fauna urbana che ama indossare il cappello dell’eroe del quartiere – si sono schierati con un “gesto concreto”: hanno creato una barriera umana intorno a questa povera famiglia, anche se l’ufficiale giudiziario, impassibile come una statua di sale, era determinato a portare a termine il suo lavoro.

L’augurio degli attivisti? Trovare finalmente “una soluzione adeguata che garantisca serenità e stabilità a queste due donne (mamma e figlia, precisano con la dovuta pietà). Insomma, nessuno finirà in mezzo alla strada, perché la faccenda non è solo legale, ma anche umana. Naturalmente, “continueranno a seguire la vicenda”, perché la lotta per il diritto all’abitare non si arresta mai, nemmeno quando servirebbe un pizzico di buon senso.

A complicare la faccenda, la madre protagonista di questa tragicommedia soffre di una malattia cronica. Eh sì, perché perdere il lavoro a causa di problemi di salute è ormai così cliché, ma anche molto comodo per giustificare la resistenza contro lo sfratto.

La famiglia occupava un alloggio temporaneo in locazione da Aler, il cui contratto è scaduto da tempo, ma non solo: si è accumulato anche un debito che ha invocato la procedura di sfratto. Il colmo? L’ufficiale giudiziario, nonostante avesse in mano un certificato medico dettagliato sulle condizioni di salute della signora, sembrava voler fare il suo dovere con una rettitudine degna di un moderno inquisitore, intenzionato a spedire le due donne fuori di casa senza troppi rimpianti.

Insomma, è un copione che chiunque ami il buon teatro sociale conosce bene: da una parte, la legge inflessibile; dall’altra, la solidarietà di pacchi di “buoni samaritani” che si aggrappano a ogni certificato, a ogni ritardo, a ogni scusa per allungare la partita. Il tutto condito da una buona dose di retorica e qualche foto sui social.