Gli anniversari e le ricorrenze, si sa, rischiano di trasformarsi in quei noiosi riti di circostanza, dove la memoria si riduce a vetrina patinata per chi della persona celebrata sa a malapena il nome. Così, nel ventennale della morte di mio marito Luca Coscioni, mi ostino a mantenere un certo understatement, quasi a difendere il ricordo da quella retorica insopportabile che tanto piace ai nostalgici del buonismo di facciata.
Luca se n’è andato a soli 38 anni, stroncato dalla sclerosi laterale amiotrofica, quel disturbo che, sfido chiunque, guardi con ottimismo e speranza. Sla significa morire lentamente, e se sopravvivi, ti resta solo una galera invisibile che ti inghiotte in ogni minimo dettaglio dell’esistenza. Ma chissà, forse è solo un dettaglio per chi celebra con parole vuote.
Nel ventennale della sua dipartita, mi auguro che il nome di Luca Coscioni non diventi quella comoda coperta sotto cui ripararsi per fare qualsiasi scemenza in suo nome. Il mio ricordo, tenace e lucido, vuole scongiurare proprio questo: continua a essere quell’«uno in due» nelle battaglie quotidiane, anche adesso che lui non c’è più.
Ricordo ancora la voce rotta di Marco Pannella, l’annuncio in diretta su Radio Radicale, quasi un rito laico per un uomo che ha segnato così tanto da meritare un funerale di emozioni e speranze. E poi i ricordi si aggrovigliano: sei anni dopo la sua morte, sempre il 20 febbraio, ci lascia Renato Dulbecco, premio Nobel; nonché il 17 febbraio del 1600, quando bruciavano vivo Giordano Bruno per idee ritenute troppo audaci. Tre giorni e tre simboli intrecciati nella mia memoria: libertà di pensiero, laicità e coraggio scientifico. Esattamente quei valori che voglio ancora associare a Luca.
Il nostro incontro è stato un corteggiamento pieno di quella curiosità febbrile che solo due menti affini e un po’ idealiste sanno alimentare. Lui professore brillante e me studentessa di economia, uniti dalla passione per le parole e dal desiderio di decifrare il potere che quelle parole esercitano sulla nostra vita. Peccato che tutto sia stato spazzato via dalla crudeltà di una malattia ingiusta e spietata, capace di stravolgere una quotidianità altrimenti normale, ma vissuta troppo poco.
All’epoca lo vedevo dividersi tra lezioni universitarie, passione per l’economia, sport e impegno politico. Poi arrivano i sintomi della Sla. E quel “prima” e “dopo” di cui parlano tutti si tramutano in un abisso. Inizia un viaggio che nessuno vorrebbe mai compiere, ma che lui affronta con una determinazione che non smette di insegnare.
Il 20 febbraio 2006 Luca muore, ma non la sua battaglia per libertà e diritto alla ricerca scientifica, quella stessa battaglia che ha raccolto innumerevoli adesioni tra premi Nobel, malati, disabili, scienziati, medici, intellettuali e persino politici – o almeno alcuni a parole. Con la non modesta missione di deputata, ho depositato la proposta di legge che istituisce proprio il 20 febbraio la «Giornata nazionale per la libertà di ricerca scientifica». Una festa? Macché: un solenne richiamo a pensare la scienza come azione politica, a riflettere sul suo rapporto con il potere e soprattutto a non ignorare le verità scomode troppo spesso seppellite sotto montagne di ignoranza e pregiudizio.
Questa giornata, oltre a ricordare Luca, celebra anche Renato Dulbecco, che in vita è stato un faro nel sostenere la ricerca sulle cellule staminali come speranza concreta per tante malattie che ancora oggi tengono milioni di persone in ostaggio.
Ma non illudiamoci: negli ultimi anni la deriva antiscientifica ha fatto ben più che fare danni sui social. Ha invaso le urne e i corridoi del potere, grazie a una perversa finzione di democrazia partecipativa che premia il “tutti dicono la loro, anche se ignorano tutto”. Difendere la libertà di ricerca è, in fondo, il modo più autentico di difendere la democrazia. Eppure, viviamo in un Paese dove il Parlamento si impantana, titubante anche solo ad affermare l’importanza dei vaccini; dove i ricercatori sono costretti a emigrare in massa perché leggi assurde e divieti arbitrari strozzano ogni innovazione; dove i ministri dell’ambiente e dell’agricoltura si dilettano a sventrare campi sperimentali pubblici per pura ideologia tecnofoba, che fa impallidire persino la più sfrenata incompetenza.
La libertà di ricerca dovrebbe essere la linfa vitale del sapere, della cultura e della crescita civile. Con Luca, e grazie all’appoggio del Partito Radicale, abbiamo provato a spezzare le catene di questo paese imprigionato da ideologie stantie e persino dal timore del progresso. Servirà un cocktail di fantasia, pragmatismo, flessibilità e decisione, accompagnato da tanto – ma tanto – dialogo, se davvero vogliamo affrontare le sfide globali.
Luca non ha potuto vedere il giorno in cui tutto questo accadrà, e chi lo sa se potrà mai accadere, ma vi assicuro che quel giorno arriverà. E non sarà un caso. Sarà anche un po’ merito suo.



