Il Parlamento sblocca 90 miliardi per l’Ucraina perché ovviamente avevamo bisogno di un’altra spesa epica

Il Parlamento sblocca 90 miliardi per l’Ucraina perché ovviamente avevamo bisogno di un’altra spesa epica

È proprio il momento ideale per regalare altri 90 miliardi di euro all’Ucraina, come se fosse Natale anticipato dell’Unione Europea. La guerra di aggressione russa, che ormai va avanti da cinque anni (sì, cinque!), ha ispirato un piano geniale: un prestito UE da sputare fuori tra il 2026 e il 2027, perché si sa, nulla dice “sostegno” come indebitarci di più nelle nostre finanze comunitarie.

Ovviamente, tutto è stato votato in modo lampo con la procedura d’urgenza, perché in tempi di pace o guerra, la burocrazia europea deve correre come la Formula 1. I numeri dei voti? Un trionfo con la solita maggioranza folgorante: 458 a favore, qualche 140 contrari a fare da sparring partner, e qualche indeciso a far numero, perché senza il teatro della democrazia europeista, che gusto c’è?

Non uno, non due, ma ben tre atti legislativi: il prestito, la modifica dello “Strumento per l’Ucraina” (dove suona molto più cool in inglese: Ukraine Facility), e addirittura un aggiornamento del bilancio a lungo termine dell’UE 2021-2027. Quest’ultimo, ovviamente, ha brillato con 490 voti favorevoli, toccando la maggioranza assoluta come un incantesimo magico.

Il Capolavoro del Finanziamento Europeo

Come vengono divisi questi 90 miliardi? Ventinove di euro sono destinati ad aiutare l’Ucraina a tappare i suoi buchi di bilancio attraverso l’ormai celeberrimo “Strumento per l’Ucraina”. Raccolta fondi che più sobria e trasparente non si può (ndr: ironia). L’ombra più oscura si profila però con i restanti 60 miliardi, riservati a potenziare la capacità militare di Kiev. Perché si sa, nulla dice “pace” come armamenti a go-go.

Ma non temete: la dotazione bellica deve provenire preferibilmente, parola di Bruxelles, dalle industrie ucraine, europee o degli “eletti” del SEE/EFTA – se no “deroghe mirate” permetteranno di pescare altrove. Insomma, affari in famiglia, o quasi. Un capolavoro di strategia economica e diplomatica che sembra il film “Mission Impossible” dietro ogni clausola.

Naturalmente, questi prestiti e aiuti vengono garantiti solo se l’Ucraina gioca secondo il manuale della governance democratica, lotta contro la corruzione (quel mostro mitologico che nessuno è mai riuscito a sconfiggere) e difende a spada tratta i diritti umani, incluse le minoranze. L’industria del buonismo continua a macinare pezzi da manuale del perfetto alleato.

La parte più divertente? Il prestito sarà coperto da debiti a proprio carico dell’UE, emissione di obbligazioni condivise, insomma, il giochino preferito delle istituzioni europee quando si tratta di fare credere che tutto funzioni a meraviglia. Peccato che il conto finale sarà saldato solo se la Russia, il “cattivone” del film, pagherà le “riparazioni di guerra”.

La Famosa Procedura di Cooperazione Rafforzata

L’accordo, come tutte le grandi opere dell’UE, è nato tra i fasti del Consiglio europeo di Bruxelles a dicembre 2025 e il clou è stato dopo la presentazione ufficiale della Commissione lunedì 14 gennaio 2026. Cosa sarebbe il mondo senza queste date da segnare in rosso?

Questa volta, però, non tutti sembrano voler giocare il gioco. A quanto pare, Cechia, Ungheria e Slovacchia hanno deciso di sfilarsi dall’alleanza dei buoni samaritani, forse stupefatti che l’Europa continui a riempire il portafoglio di Kiev senza esitazioni. Così si è adottata la bella “procedura di cooperazione rafforzata”, ovvero la versione europea del “facciamo da soli, tanto sono pochi quelli che non vogliono partecipare”.

Insomma, tutti felici e contenti di perpetuare il sogno europeo di metterci i soldi e aspettare che i ritorni siano solo fantasmi di futuri improbabili. Sarebbe interessante scoprire quale film drammatico imbastiranno poi quando si tratterà di chiedere i rimborsi a Mosca o di giustificare la spesa a Bruxelles. Nel frattempo, godiamoci questo spettacolo di solidarietà e modernità finanziaria, come sempre condito da un pizzico di ipocrisia continentale.

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