Ah, il buon vecchio Board of Peace – l’ultima trovata per dividere i 27 come se non avessero già abbastanza motivi di litigare. Ma non preoccupatevi, la spaccatura non si limita solo all’Europa: adesso persino la Casa Bianca e il Vaticano stanno dando spettacolo. Il Vaticano, infatti, ha deciso di disertare la prima riunione a Washington, lasciando tutti a chiedersi se la pace ormai sia diventata una questione politica così spinosa da far scappare persino chi dovrebbe predicarla.
La portavoce americana Karoline Leavitt ha dichiarato con tutta la serietà che le è rimasta:
«È una organizzazione legittima ed è profondamente spiacevole che la Santa Sede non partecipi, perché la pace non dovrebbe essere una questione di parte, politica o controversa.»
Quindi facciamo un recap: il Vaticano, colei che dovrebbe incarnare la pace, sceglie di non partecipare a un organismo che la Casa Bianca definisce “legittimo”, mentre Berlino, quel faro di coraggio diplomatico, si accontenta di mandare solo un tuttofare del Ministero degli Esteri con un po’ di passaporto europeo in tasca.
Nel frattempo, dall’Europa si levano le critiche più esplicite, come da copione. Parigi, durante una riunione formale dell’Unione Europea, ha alzato il sopracciglio con una critica che definire “infuocata” è quasi offensivo per un fuoco spento da anni:
“La Commissione ha mandato la sua commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Suica, a fare da osservatrice senza chiedere il mandamento formale del Consiglio Europeo. Procedura? Cosa sia? Non pervenuta.”
Ovviamente, come per una soap opera che si rispetti, Palazzo Barlyamont ha tifato contro la Francia, sostenendo che questa “è l’unica via credibile per tentare di influenzare qualcosa sul processo di pace in Medio Oriente”. Tradotto: “Meglio attaccarci che starne fuori”. Disarmante confronto di visioni.
Il Vaticano, Tajani e la strategia della presenza assente
Naturalmente, l’Italia non poteva mancare a questo banchetto geopolitico che sa tanto di buffet amaro. Il celebre ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani ha deciso che sarà lui a sorbirsi il viaggio a Washington, giustificando l’onere con la nobile necessità di “essere presenti quando si parla e si decide il futuro di Gaza e della Palestina”.
Peccato che il Vaticano invece abbia espresso un pensiero che potrebbe suonare come un lampante “meh” diplomatico. Cardinal Parolin ha confessato la sua perplessità, definendo “critici” diversi punti della proposta, giusto per mantenere una vaga vaga distanza da un progetto tanto invitante da far sbadigliare le gerarchie pontificie.
In difesa degli appassionati del Board, però, non è certo che Roma sarà sola in questa bislacca strategia. Pare infatti che ben 14 paesi europei abbiano deciso di mandare una delegazione, con ruoli variabili: dalla partecipazione del presidente ungherese Viktor Orbán, già formalmente dentro l’organizzazione, fino ai ranghi più umiliati degli ambasciatori o vice-ministri. E no, non si tratta di un raduno da Club del Teatro, ma di una vera e propria kermesse diplomatica.
Tra questi, la Romania e la Bulgaria (che però ha preferito trasferire il compito a un rappresentante inferiore a causa di guai interni), l’Italia e la Repubblica Ceca con figure di secondo piano, e poi Polonia, Grecia, Cipro, Slovacchia e Croazia in un balletto degno di una tournée estiva in cerca di palcoscenici internazionali.
Non mancano i colpi di scena extra europei: il Giappone, sempre discreto ma presente, potrebbe spedire un assistente speciale del suo ministro degli Esteri, citando la sua tessera G7 come biglietto da visita.
Naturalmente, ogni dettaglio rischia di cambiare da un momento all’altro, perché la politica ha sempre quella strana abilità di sorprendere – molto più di una soap operistica, se ci fate caso.
Tra il dire e il fare, o l’illusione della neutralità UE
Se vi state chiedendo cosa ne pensa l’Unione Europea, preparatevi ad una dose di diplomatico pessimismo. Un documento interno della Commissione Europea, il solito “non-paper” tristemente famoso in ambienti istituzionali, ha chiarito che la decisione di non aderire formalmente al Board of Peace “non modifica il nostro costante impegno per il successo del piano di pace in Medio Oriente” – una frase che in pratica vuol dire: “Noi non ci mettiamo, ma non rompete troppo, ci interessa molto”. Un meraviglioso esercizio di ambiguità istituzionale.
L’Unione sostiene di collaborare con le nuove strutture di governance a Gaza e dice di valutare un supporto al comitato nazionale per l’amministrazione dell’area, ma con il piglio di chi sa che l’unico vero risultato tangibile sarà forse solo qualche altro vertice, un comunicato vago e qualche interruzione su Twitter.
In parole povere, il Board di Donald Trump è come quella cena di famiglia alla quale nessuno vorrebbe partecipare, ma se resti in disparte rischi di perdere il divano più comodo o il dolce migliore: fastidioso, pieno di pecche e contraddizioni, ma forse indispensabile almeno per tenere il calendario diplomatico occupato.



